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Critica della ragion cinica (3°)

Pennyroyal Tea 25 aprile 2015

Dopo una breve riflessione iniziale, e due post sul presente e la sua trasformazione, questa volta voglio proporvi qualche argomentazione sul cinismo. Buona lettura.

Per identificare adeguatamente la coppia concettuale cinismo moderno/cinismo antico (Zynismus/Kynismus) ci rifacciamo all’efficace resa italiana dei due termini che ha proposto il traduttore italiano: con kinismo viene tradotto il Kynismus classico, quello di Diogene e della sua scuola filosofica, nonché di coloro che nella scia di quella tradizione ancora si pongono; con cinismo viene tradotto il termine Zynismus, che identifica l’oggetto polemico delle riflessioni sloterdijkiane, e che definisce quello che abbiamo detto essere ciò che comunemente definiamo come cinico.

Tutto ciò può riassumersi così: il secolo XIX sviluppa una prima forma della coscienza cinica moderna in cui si intrecciano il rigido cinismo dei mezzi e il non meno duro moralismo dei fini. […] Ma quando il cinismo radicale dei mezzi si fonde con un risoluto moralismo dei fini, proprio in quell’istante cessa per i mezzi ogni residuo sentimento morale. […] è davvero soltanto per una inspiegabile stranezza della storia concettuale che questo moderno cinismo rimanda a un’antica scuola filosofica. […] Nel caso dell’ambizione cinica moderna registriamo, quindi, un ulteriore tralignamento concettuale; mentre Diogene aveva espresso il desiderio: “Toglimiti dal sole!”, gli adepti del moderno cinismo diffuso, per “un posto al sole”, sono perennemente in corsa … […] In verità, il cinismo dei mezzi caratterizzante questa nostra “ragione strumentale” di horkheimeriana memoria può essere compensato solo con un ritorno al kinismo dei fini. […] Il nucleo del kinismo consiste in una filosofia critico-ironica verso i cosiddetti “bisogni”, dei quali è necessario mettere a nudo una fondamentale smodatezza e assurdità. L’impulso kinico fu vitale non solo durante il breve intervallo tra Diogene e la Stoà Antica, ma ben più a lungo. Esso fu senza dubbio presente nello stesso Gesù di Nazareth, il “Disturbatore” par excellence. E sopravvisse anche in tutti i veri epigoni del maestro, i quali, come lui, avevano compreso che la vita si caratterizza per il fatto di non aver alcuno scopo. […] La ragione kinica culmina nella nozione, calunniosamente presentata come nichilismo, secondo cui è invece saggio sgonfiare le Grandi Mete. […] Quindi: solo il kinismo (e non la morale) può arginare il cinismo!

Peter Sloterdijk – Critica della ragion cinica

In questo lungo estratto è contenuto per intero il senso dell’argomentazione sloterdijkiana. La prima caratteristica che Sloterdijk rileva come propria della coscienza cinica è quella di unire cinismo dei mezzi e moralismo dei fini. È questo il nucleo di base, l’elemento fondamentale e costitutivo del cinismo. Cinico è colui che ammanta la propria azione (improntata al più duro, privo di scrupoli, calcolatore, realismo) con una giustificazione moralistica relativa al suo fine. Cinico sarebbe chi, in nome dell’Ideale, piega il proprio agire ai principi più bassi e brutali della realtà. È questa perversa schizoidia ciò che caratterizza l’attitudine del cinico che Sloterdijk critica. A tale cinismo, che cerca continuamente un “posto al sole”, Sloterdijk contrappone l’antico kinismo, quello rappresentato da Diogene. Questi, visitato da Alessandro Magno, e invitato dall’imperatore a esprimergli un desiderio che egli, in virtù del proprio potere, avrebbe esaudito, rispose che l’unica cosa che desiderava era che Alessandro si togliesse da dove era, perché gli stava facendo ombra con la sua figura. Al cinismo dell’arrivismo sociale ammantato da belletti morali Sloterdijk contrappone la saggezza di colui che del costrutto-società sempre si fece beffe, considerandolo inessenziale, ridicolo e perverso.

È per questo che Sloterdijk definisce il kinismo una filosofia critico-ironica verso i cosiddetti “bisogni”, dei quali è necessario mettere a nudo una fondamentale smodatezza e assurdità. È tale attitudine filosofica che viene definita kinismo dei fini, e che può e deve essere contrapposta all’imperante cinismo dei mezzi. Cinismo dei mezzi che, aggiungiamo, diviene anche cinismo dei fini. Infatti il cinismo, come abbiamo appena visto, maschera la propria malafede ammantandosi di ideali alti e integerrimi che possano, con la loro moralità, giustificare l’agire privo di scrupoli che a tali ideali dovrebbe portare (cinismo dei mezzi).

 Questo agire però comporta, inevitabilmente, anche il pervertimento dei fini stessi, che perdono necessariamente la propria moralità, trasformandosi essi stessi in fini cinici. Il cinismo dei mezzi dunque porta inevitabilmente a quello dei fini. È contro entrambi che va fatta valere l’attitudine kinica, anch’essa relativa ai fini, e, conseguentemente, ai mezzi. Il primo obiettivo dell’azione kinica deve essere quello che sempre è stato definito (da una ragione che più cinica non si può) nichilismo: ossia il decostruire, lo sgonfiare, le Grandi Mete, gli ideali, che sempre hanno prodotto devastazioni sulla singolarità in nome di un’universalità irraggiungibile. Tutti gli apparati politico-ideologici che hanno posto Grandi Mete, Grandi Idealità, come fini ultimi del loro agire politico si sono sempre rivelati strumenti di asservimento delle coscienze individuali, che agivano in nome di un cosiddetto Bene, facendo però il Male. È dunque questa lotta tra attualità cinica e proposta kinica il nucleo dell’opera in questione.

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