Citazione

Kreutzer

Dicono che la musica agisca in modo da elevare l’anima: sono sciocchezze, non è vero. Agisce, agisce terribilmente, parlo di me stesso, ma niente affatto in modo da elevare l’anima; non agisce in modo né da elevare, né da abbassare l’anima, ma in modo da eccitare l’anima. Come dirvi? La musica mi costringe a dimenticarmi di me, della mia vera situazione, mi trasporta in una situazione nuova, e che non è la mia; sotto l’influsso della musica mi pare di sentire quello che in realtà non provo, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. Io lo spiego dicendo che la musica ha la stessa azione dello sbadiglio, del riso: non ho sonno, ma sbadiglio, guardando della gente che sbadiglia; non c’è ragione di ridere, ma rido, sentendo della gente che ride.

Lev TolstojLa sonata a Kreutzer

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Hope

I feel the hope running low
we never found our way home
There is no more world
The land is gone
water is all that survived that one
there are no escapes
gone are the days of mistakes
our mistakes
and did you see
the night wore on
and became the days that never begun
The disappearing day
You know where I’m from
Is the only place that forever stays young
Lost at sea
we’re lost at sea
I wouldn’t know my face if you all were me
All we have is all we see
There is no more hope
There are no dreams

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Trasformare il presente (2°)

“La mia nuova definizione di crisi è “le cose stanno così”. La crisi è finita. La crisi è un punto di rottura. Dopo, segue un processo di adattamento. Le opportunità sono altrove adesso, non nella crisi. Dobbiamo immaginarci come se fossimo il passato del futuro”.

C. Collu

Di Yves Citton esistono sinora due libri in traduzione italiana: Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici? (due punti, traduzione di Isabella Mattazzi) e Mitocrazia. Storytelling e immaginario di sinistra (Alegre, a cura di Enrico Manera, prefazione di Wu Ming 1, traduzione di G. Boggio Marzet). In poche righe proverò a dire perché ci siano ottimi motivi per leggerli entrambi. Il primo direi che risiede nella capacità di Citton di porre una domanda fondamentale rispetto alla colossale inerzia storica nelle cui tenaglie sentiamo presa la nostra epoca: che cosa possiamo? Stremati dalla propaganda pubblicitaria delle possibilità senza fine, così come da una mancanza di prospettive reali che paiono negarsi, oggi più di ieri, si rischia di non vedere più cosa realmente possa, singolarmente e in comune, ciascuno e ciascuna di noi. In Future umanità è innanzitutto la forza dell’interpretazione che noi possiamo, anche quando la dimentichiamo, forse proprio perché è una forza che non si può possedere, ma solo esercitare.

L’interpretazione è quel lavorio sul senso comune che mette in discussione la credenza per cui esisterebbero dei “dati di fatto”. Niente come questo feticismo per la certezza di ciò che è già dato finisce per cancellare il desiderio di domanda, neutralizzandola, perché la convinzione che sia possibile tradurre il reale in una serie di dati tende a escludere il parlare, con tutta la sua ambiguità e incertezza, a beneficio di una “pura comunicazione”.

È rispetto a questa cornice storica che gli studi umanistici possono giocare il ruolo di un cuneo infisso nel meccanismo onnivoro di una riduzione estrema a cui oggi assistiamo troppo spesso muti e spaesati. Se il presente venera la sicurezza con cui “gli esperti” spiegherebbero la realtà a un pubblico sempre più inconsapevole, d’altro lato è proprio la spaventosa frammentazione di questa stessa realtà a richiedere sempre più di confrontarsi con ciò che non sappiamo. E questa capacità è propria dell’interpretazione, che si muove in spazi al di qua del sapere, introducendo dentro ciò che è saputo, o che si presume tale, quello scarto, quella deviazione a cui è legato l’avvenire stesso.

In Mitocrazia la domanda “cosa possiamo?” viene articolata nel senso della capacità del racconto di emancipare da quei miti del nostro tempo che agiscono come altrettanti vincoli, e dunque nel senso della creazione di nuove libertà reali. Rispetto alla natura potenzialmente conformista dei miti, la mitocrazia viene qui invocata come capacità creativa in grado di ispirare l’opera di trasformazione della realtà, che altrimenti finisce per venir considerata immutabile.

Per far sorgere nuovi mondi, “preclusi alla ragione contabile”, che diano forma ai nostri desideri, c’è bisogno di tutta la forza dell’ispirazione che può venire dal racconto. D’altra parte, sono proprio gli uomini a poter riconcatenare le proprie immagini, i pensieri, le convinzioni, in sempre nuove e diverse combinazioni di senso. Insomma a non cedere al loro condizionamento per far valere una possibilità segreta già presente nelle cose o tra le righe della realtà.

Il lavoro di Citton si estende con lucidità e coraggio intellettuale al di là del campo dell’analisi, spesso intelligente ma anche sterile e snervante, della contemporaneità. La sua riflessione ha qualcosa di un’etica, nel senso per cui “etica” è – sosteneva Eraclito – un demone che ci costringe a lottare ogni volta contro noi stessi, contro le nostre abitudini, per far valere quello che è il valore di farmaco delle parole e delle narrazioni di cui siamo fatti. A valere è qui la forza di trasformazione del tempo e attraverso il tempo, forza che viene da quei miti che si decida di accogliere come propri.

 È proprio rispetto a questa forza che Citton prova a ripensare il destino di una politica della sinistra, di cui occorre tornare a nutrire le ambizioni, la crescita, il divenire, invece che affamarlo di pochezza. È in questo senso che occorre leggere la formula, presa in prestito dal grande pianista afroamericano Sun Ra, secondo cui la mitocrazia è una pratica decisiva perché essa è ciò che non siete mai diventati di ciò che dovete essere.

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