Sylvia Plath, voce che zampilla ardente

14 febbraio 2013 § 2 commenti

Sylvia Plath scelse di togliersi la vita esattamente cinquant’anni fa, nelle prime ore dell’11 febbraio 1963. Nata a Boston il 27 ottobre del ’32 aveva solo trent’anni. Di lei restal’essenziale: un’opera poetica intensissima, a tratti folgorante, divampata e bruciata in un brevissimo volgere di tempo, ma sopravvissuta nei fatti all’improprio mito esistenziale che da più parti le venne imposto come un’armatura, e che ha finito esso stesso per relegarla, è proprio questo il paradosso, al ruolo di vittima.

§ 2 risposte a Sylvia Plath, voce che zampilla ardente

  • Leggere SP mi ha sempre lasciato un senso di sgomento e sfiducia. Fatico a leggerla in alcuni momenti, perché sembra aver dannatamente ragione; è da maneggiare con cura. Le sue parole suonano spesso come una condanna.

    • Moralia in lob scrive:

      A me sembra un anello di congiunzione tra uno scorrere sotterraneo e un spazio infinito. Un equilibrio esplosivo, per dirla con un ossimoro. Te ne lascio uno tra le mie preferite

      Waking in winter

      I can taste the tin of the sky-the real tin thing.
      Winter dawn is the color of metal,
      The trees stiffen into place like burnt nerves.
      All night I have dreamed of destruction, annihilations-
      An assembly-line of cut throats, and you and I
      Inching off in the gray Chevrolet, drinking the green
      Poison of stilled lawns, the little clapboard gravestones,
      Noiseless, on rubber wheels, on the way to the sea resort.

      How the balconies echoed! How the sun lit up
      The skulls, the unbuckled bones facing the view!
      Space! Space! The bed linen was giving out entirely.
      Cot legs melted in terrible attitudes, and the nurses-
      Each nurse patched her soul to a wound and disappeared.
      The deathly guest had not been satisfied
      With the rooms, or the smiles, or the beautiful rubber plants,
      Or the sea, hushing their peeled sense like old Mother
      Morphia.

      Risveglio in inverno

      Il cielo è di stagno, ne sento il sapore in bocca: stagno vero.
      L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
      Gli alberi, al loro posto, s’irrigidiscono come nervi bruciati.
      Tutta la notte ho sognato di distruzioni, annientamenti-
      Una catena di montaggio di gole tagliate, e tu e io
      Che ci allontanavamo nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
      Veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
      Silenziosi, su ruote di gomma, sulla strada per la stazione balneare.

      Come echi dai balconi! Come il sole illuminava
      I teschi, le ossa disfatte di fronte al panorama!
      Aria! Aria! Le lenzuola stremate.
      Le gambe del lettino fuse in atteggiamenti terribili, e le infermiere-
      Ogni infermiera a incerottare la sua anima a una ferita e poi andare via.
      Gli ospiti della morte non erano soddisfatti
      Delle camere, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
      O del mare, che leniva il loro senso spellato come la vecchia Madre
      Morfina.

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