Siamo tutti più buoni

15 febbraio 2013 § 4 commenti

La prima volta che ho pensato che la beneficenza producesse schifezze erano le due di notte di un sabato sera di qualche anno fa. Tornato a casa dopo una serata fuori con gli amici, accesi la tv: Milly Carlucci stava conducendo la maratona televisiva Telethon. Il programma sarebbe andato avanti tutta la notte fino al pomeriggio successivo, mentre l’Italia intera telefonava per donare soldi alla ricerca scientifica.

Alcuni miei amici biologi molecolari lavoravano già a progetti di ricerca finanziati da Telethon, quindi conoscevo la serietà della fondazione. L’atmosfera Telethon è un entusiasmo da prima serata, il sorriso di Heather Parisi in un vecchio Fantastico tenuto su a forza per decine di ore: la cifra totale delle donazioni è un totem che cresce a vista d’occhio, chi conduce dà aggiornamenti di frequente, i sorrisi si stirano, la bontà ricopre ogni centimetro dello studio. Quando accesi prima di andare a dormire, Milly Carlucci stava presentando un ospite, sottolineando quanto questo artista fosse da sempre sensibile e generoso. Poi gli lasciò il centro dello studio, e partì la base (chitarra, basso, batteria, tastiera: una versione pessima dei Procol Harum). Dopo le prime battute, Al Bano Carrisi alzò il microfono alla bocca e attaccò col suo timbro poderoso: «Vaaaaa pensieeeerooo sull’aaaaliiii doraaaaateeeee». Al Bano era andato al Telethon a presentare il suo Nabucco rock. La somma di denaro raccolta dal programma gli faceva da sfondo, da cornice dorata e da scudo. In certi casi non si può che applaudire.

Nel 1984 la stampa europea cominciò a occuparsi della perdurante situazione di carestia nel Corno d’Africa, dove la guerra e la siccità stavano uccidendo centinaia di migliaia di persone. Le immagini dei bambini etiopi coperti di mosche, le pance gonfie di malnutrizione, produssero un’onda di pietà che sfociò nello sforzo di beneficenza più massiccio degli ultimi decenni. Epicentro europeo della campagna di solidarietà fu il Regno Unito, dove l’irlandese Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats e protagonista del film Pink Floyd The Wall uscito due anni prima, scrisse con Midge Ure degli Ultravox il singolo di Natale Do They Know It’s Christmas?, coinvolgendo i più importanti musicisti pop del momento per registrare brano e videoclip. Musicalmente accattivante, con tanto di campane tubolari e coretto finale, il brano diceva nel bridge «E non ci sarà la neve in Africa questo Natale», per poi chiedersi retoricamente se «loro» sapessero del Natale. Loro erano gli abitanti dell’Africa, continente diventato puntiforme, arido, tutto uguale e moribondo dal Kilimangiaro ad Assuan per ragioni drammaturgiche. A gennaio negli Stati Uniti prese forma Usa for Africa: un super-coro delle star voluto da Harry Belafonte, diretto da Quincy Jones e capitanato da Michael Jackson, che registrò un Lp e il singolo We Are the World. «Siamo il mondo, siamo i bambini, siamo quelli che rendono radiose le giornate, quindi cominciamo a dare», diceva il ritornello: «So let’s start giving», proprio così, di slancio, come fosse uno sport.

Ancora oggi si disquisisce su quale delle due canzoni fosse intollerabilmente zuccherosa, e quale capace di gestire con eleganza l’enfasi necessaria per ottenere il risultato. Ma anche se il risultato in questi casi è quello che conta, resta da capire quale risultato persegua chi raccoglie, chi dà, chi si esibisce per la causa. Tutto confluì nel Live Aid, doppio concertone a Londra e Philadelphia in diretta mondiale. Fu un evento storico pop di proporzioni inedite, al di là della musica e della beneficenza. Il narcisismo sfacciato e praticone di Geldof riuscì dove gli appelli compìti degli opinionisti avevano fallito. Furono raccolti circa 150 milioni di sterline. Il modo in cui questi soldi furono spesi è stato messo in discussione spesso. È certo che migliaia di tonnellate di cereali siano marcite nei porti sul Mar Rosso prima di essere distribuite. È altrettanto certo che il Governo militare di Menghistu abbia usato il cibo, scortato dalle truppe, per penetrare meglio nel territorio in mano al Fronte Democratico Rivoluzionario d’Etiopia, che diversi anni dopo l’avrebbe sconfitto prendendo il potere.

Quando la Bbc due anni fa sostenne che 63 milioni di quelle sterline fossero finiti in armamenti, Geldof pretese le prove e assicurò che nemmeno un centesimo era andato perduto. La Bbc fu costretta a ritrattare e scusarsi, ma i reportage della metà degli anni Ottanta parlano di un inferno inestricabile di deportazioni di massa e signori della guerra: è difficile che le banconote britanniche siano passate indenni attraverso uno scenario del genere, solo perché figlie della buona fede del rock. Tre anni dopo partì da Philadelphia Human Rights Now!: venti concerti organizzati da Amnesty International con un cast fisso cui si aggiungevano artisti locali a seconda del luogo. Bruce Springsteen & The E Street Band, Sting, Peter Gabriel, Tracy Chapman e Youssou N’Dour passarono anche da Torino. Vidi per la prima volta Springsteen, e per me i diritti umani e Amnesty si legarono, a quattordici anni, alla cosa più emozionante che mi fosse mai capitata. Alcune delle canzoni si portavano dietro un contenuto politico e sociale all’origine, come Biko di Gabriel o They Dance Alone di Sting. Chimes of Freedom di Bob Dylan, la cover collettiva che era il manifesto dell’operazione, funzionava da parecchi anni. Allora si era in grado di esibirsi davanti a un pubblico per una causa benefica, senza che la compassione e la generosità esibite finissero dentro alla musica, inzuppandola di lacrimoni. Il rock&roll di 25 anni fa era ancora sociale per natura, senza bisogno di fare sociologia: aveva al proprio interno i germi della retorica, e ci giocava consapevolmente, compresi i sottotesti politici più o meno totalitari con cui dialogava sul palco qualsiasi rockstar idolatrata.

Passati gli anni Ottanta, le cose sono cambiate, nessuno è più stato in grado di avvicinarsi al richiamo promozionale della giusta causa senza essere risucchiato. L’attivismo di Bono è diventato sempre più ingombrante, e ormai andare a un concerto degli U2 è quasi come partecipare a un congresso di anime pie. Da un certo momento in poi tenere separate etica e estetica della carità è stato impossibile.

Si può – diciamo evidentemente tutto al netto del concetto di “lodevole” – fare beneficenza oggi senza abbandonarsi al genere della beneficenza, cioè un distillato di abbracci, ballatone, fratellanza e lacrime gonfie di domani? Al momento, compresi i concerti benefici italiani per le vittime dei terremoti, sembra di no. Il fenomeno vale sicuramente molto più per un Paese cattolico come il nostro che per quelli di matrice protestante, ma è radicato profondamente nel cristianesimo. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, le avete fatte a me», dice il Vangelo di Matteo. Ancora: «Beati i misericordiosi, perché di essi Dio avrà misericordia». Per il fedele l’elemosina è effettivamente uno scudo che protegge dalla severità del giudizio divino, e non c’è un’ipocrisia moderna nel sentirsi sollevati quando si regalano dei soldi ai poveri.

Dice Sant’Ambrogio (Treviri 339 – Milano 397 d.C.): «Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi». Mostrare a tutti che si dà è quindi un modo per controbilanciare la visibilità smaccata del proprio benessere. Sant’Agostino (Tagaste 354 – Ippona 430 d.C.) specifica che la beneficenza va fatta indistintamente, senza chiedere conto, anche a chi non se la merita, non potendo giudicare da soli le gesta altrui: «Il soccorso prestato ai bisognosi è un prestito fatto a Dio». Non c’è un’altra compravendita in cui alla cessione di denaro segua una così scarsa attenzione al prodotto che si riceve in cambio: ciò che preoccupa nel meccanismo della beneficenza è più l’acquisto delle indulgenze che la soluzione di un problema. Il libro uscito da qualche settimana L’industria della carità di Valentina Furlanetto (Chiare Lettere) racconta il lato torbido della beneficenza, sviluppatosi al riparo di questo senso comune. Perché chiedere conto ci sembra inelegante: ci interessa solo che i destinatari siano messi male e che si veda che li aiutiamo. Alcune attività commerciali promettono beneficenze in percentuale al profitto: una pratica che fa efficacemente leva sui meccanismi di lavaggio della coscienza.

Dopo l’uragano Sandy, raccontava il New York Times a novembre, una moltitudine di negozi, imprese e organizzazioni ha promesso di donare il 15% dei ricavi allo sforzo per la ricostruzione. L’idea di beneficenza diluita nei consumi è evidentemente la quadratura del cerchio, ma molti si sono chiesti se non sarebbe stato meglio fare donazioni tradizionali, invece di questi meccanismi autolubrificanti. Anche il fatto che i bisognosi fossero bianchi della classe media pare abbia influito: ci sono categorie umane che sono esteticamente meno bisognose. Tre settimane dopo Sandy erano stati raccolti 219 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo dopo Katrina nel 2005 si parlava di 1,3 miliardi, e di 752 milioni dopo il terremoto di Haiti del 2010. Recentemente la Missione Bontà dei detersivi Dash (Procter & Gamble) prometteva di aiutare l’Africa con lo slogan “1 confezione di Dash = 1 vaccino”, dove l’immediata semplicità dell’equazione si avvicinava a quel grado zero dell’impegno politico di chi mette dei “like” su Facebook per segnalare la propria adesione a una, dieci, centomila cause.

di Matteo Bordone – Il Sole 24 Ore – leggi l’articolo completo su http://24o.it/ZOsrc

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