La faccia oscura di amore e guerra

18 febbraio 2013 § Lascia un commento

L’Autore è giudice al Tribunale fallimentare di Nola: figuriamoci che cosa dev’essere ricoprire un siffatto incarico, non si darebbe uno straccio per quel che diventa la propria vita! Ha trentatré anni, ha vinto il concorso in Magistratura a soli ventiquattro anni, subito dopo la laurea; ed è cultore di Diritto internazionale. È di Vico Equense, ma parla senza l’accento locale, il suo è solo una lieve inflessione napoletana, molto più leggera della mia. Si chiama Eduardo Savarese. Vive al Vomero. Il suo Romanzo è Non passare per il sangue (pagine 208, e 16), edito a novembre 2012 per la casa editrice e/o.

Figuriamoci quanto io disprezzi quelli dei giovani scrittori italiani, con le loro meschine autobiografie, le storie di fidanzate e fidanzatine che ti prendono e lasciano, e a questo si attribuisce peso apocalittico, i rapporti giovanili con l’antifascismo, le crisi esistenziali… Per non avere più a che fare con robaccia del genere mi sono dimesso dalla giuria del Premio Strega. Ma questo è bellissimo, scritto in una lingua elegante e semplice, con riferimenti letterarî fitti ma non mai esibiti a scapito della narrazione. È la storia di un amore omosessuale tra due giovani uomini. I due non sono dei ragazzi che dicono «io sono diventato omosessuale perché quando ero bambino mammina litigava sempre con papy»: praticano un’austera virilità, e infatti fanno pensare a due giovani spartani con l’aggiunta dell’inquietudine psicologica del mondo contemporaneo; e sono ufficiali dell’Esercito italiano e patrioti. Partecipano a una missione «di pace», in realtà di una vera e propria guerra, in Afghanistan. Lì uno dei due,Marcello, prende parte a una difficile spedizione: verrà catturato dai talebani e muore.

Il superstite, Luca, riceve dall’Esercito la cassetta contenente gli effetti di Marcello e il rapporto ministeriale segreto sul suo ratto e morte. La trama si dipana tra il passato, ove si narra di come i due ragazzi si sono conosciuti e amati, e il presente: Luca va dalla nonna di Marcello, una vecchia greca chiamata Agar, per portarle la cassetta e dire, a lei sola, la verità. La vecchia non accetta, e fino all’ultimo non accetterà, il rapporto tra i due amanti, che definisce contro natura e peccaminoso. In realtà ella è di religione ortodossa; noi cattolici vediamo invece l’immenso spirito di carità e di accoglienza che la Chiesa manifesta verso le infinite situazioni di vita nelle quali gli omosessuali vengono a trovarsi, pur non accettando essa il loro matrimonio, che a me sembra la ridicola parodia di un’istituzione piccolo- borghese: non il matrimonio in sé, dico, ch’è un Sacramento, ma il modo piccolo-borghese di viverlo.

Abbiamo letto sul «Corriere » due interviste al più grande predicatore dei nostri anni, monsignor Vincenzo Paglia, prefetto del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che si è espresso con la massima fermezza possibile sul tema. Per me l’omosessualità—cosa meravigliosa e non, come scioccamente si dice, una «scelta», bensì un obbligo di natura per coloro ai quali il destino ha scelto tale condizione: e contro tale natura lottare è inutile e crudele («Naturam expellas furca, tamen usque recurret», dice Orazio) — è condizione di vita da affrontare in modo eroico, orgoglioso e anche un po’ disperato: quella maschile, dico, ché di quella femminile nulla so. Marcello nella missione si allontana dal suo gruppo e per questo viene catturato. Lo tengono come ostaggio per venti giorni e poi lo fanno morire sotto tortura. Il groviglio psicologico viene sciolto da Luca il quale si accorge a poco a poco che Marcello ha scelto questa morte: quasi olocausto. A quale deus absconditus e perché? Luca, odiato dalla mamma di Marcello e sopportato, come ho detto, come persona, non come amante del nipote, dalla nonna, deve riprendere a vivere: lo vediamo incamminarsi a fatica in questa direzione, ma comprendiamo che ci riuscirà.

Paolo Isotta

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