Clone della comune mediocrità

Clone della comune mediocrità

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“Che cosa c’è sotto? Tutto o niente?”, si domanda Antonio Bozzo verso la fine di Il ripieno del Gabibbo. Dieci anni vissuti televisivamente. Sono le orride “velone” estive di Striscia la notizia l’oggetto immediato della sua curiosità critica e professionale (dal 1994 al 2004 Bozzo ha diretto “Tv sette”, di cui ora pubblica una scelta degli editoriali).

Ma la domanda vale ben al di là del caso specifico del Ricci Antonio, ossia del “vero velone che ballicchia e smorfeggia sulle nostre pigrizie di immaginazione”. Che cosa c’è sotto la televisione, almeno sotto quella che abbiamo conosciuto e sofferto negli ultimi venti e più anni? Tutto o niente? Una prima risposta sta a pagina 6 del libretto, dove Bozzo ricorda Ennio Flaiano che scopriva di diventare vecchio guardandosi negli specchi delle stanze d’albergo. Lo stesso accade a chi si lasci sprofondare nello specchio televisivo. E nessuno più di un critico può misurare su se stesso questo malinconico effetto.

Chi sono i “marziani” che ogni giorno ci entrano in casa, approfittando del piccolo schermo? Da sé si chiamano vip, anzi vips, con la s del plurale tanto cara a chi si diletti di inglesorum, e però ignori con pervicacia l’italiano. Tuttavia, se si cercano motivi e senso dell’autodefinizione, si scopre che per lo più si tratta d’una patetica esagerazione, quando non d’una millanteria smaccata.

A conferma, basta sfogliare Il ripieno del Gabibbo facendo attenzione ai personaggi che vi compaiono: squinzie poppute e squinzi decerebrati, psicanalisti in astinenza di fama, intellettuali affetti da incontinenza verbale, buffoni inclini all’autoasservimento, e poi nani & ballerine e colorite compagnie di giro. Insomma, tutta una corte di uomini e di donne intenti a disputarsi il più immediato dei poteri: quello che dà l’esser visti, costi quel che costi (tanto paghiamo noi). L’alternativa è dolorosa, per chi voglia mostrare di sé un’immagine pubblica. Chi non compare in tv, annota con amarezza appena celata Bozzo, è “quasi condannato a morte civile”. In ogni caso, deve accontentarsi d’essere quel che è.

D’altra parte, hanno poco di very important , gli uomini e le donne che hanno fatto e fanno la tivù italica, o italiota, che sta a cavallo del millennio. Con poche eccezioni, presi a uno a uno – ma anche una a una –, non sanno ballare, non sanno cantare, non sanno presentare, e soprattutto non sanno recitare. Anzi, peggio. Se sanno ballare, non ballano ma cantano. Se sanno presentare, non presentano ma ballano. Se sanno cantare, non cantano ma presentano. E tutti insieme allegramente  si piccano di recitare, per quanto da cani. Potremmo fare i nomi, o solo i cognomi. Ma non daremo loro questa soddisfazione. Infatti, l’essere nominati è quel che cercano. Piuttosto, domandiamoci perché rifuggano dal dimostrare in pubblico una specifica capacità professionale, quando pure ne abbiano una. Ovvero, per dirla con Bozzo, domandiamoci perché la tv è “in mano ai deficienti, gente che ci seppellisce sotto una montagna di spazzatura e pretende ori e onori”.

A questo proposito, conviene spostare l’attenzione  da loro a noi, cioè a noi in quanto spettatori. Anzi, conviene ricordare quel che di sé disse un italiano piuttosto in vista. Nell’ormai lontano 2002, una (allora) alta carica dello Stato dichiarò al Tg2: “Non so se posso dirlo… ma vedo che si fa, in televisione… quando sono solo mi piace mangiare in mutande”. Insomma, la confessione gli pareva azzardata , e un po’ cafoncella. D’altra parte – così suonava la giustificazione –, i vips televisivi non si fanno di questi scrupoli, e ci entrano in casa senza badare alla forma: perché non dovrei farlo anche io? È difficile dargli torto. Ad ascoltare la sua confessione c’erano milioni di telespettatori, anch’essi in mutande (nel senso di una svaccata abulia casalinga). Presentarsi a loro nella stessa postura morale, per così dire, era il modo più efficace di farsi ascoltare.

È questo il segreto per diventare vips: presentarsi agli spettatori non come faticosi modelli da raggiungere, ma come cloni della loro privatissima mediocrità. Anzi, come portatori di una mediocrità ancora più mediocre, e perciò del tutto riposante. Il resto è noia, come scrive Bozzo. E qui non si tratta di sapere cosa mai ci sia sotto, se tutto o niente. Basta sapere che in questa noia “priva di forma” i televisionari hanno il loro felicissimo Paese di Cuccagna.

Roberto Escobar (Il domenicale del 17 febbraio 2013)

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