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Ossessionati dalla storia giochiamo a fare i posteri

Una decina d’anni fa uscì a Londra The Dictionary of Fashionable Nonsense, uno sciocchezzaio che raccoglieva i luoghi comuni, le parole-totem e le astruserie gergali correnti nel mondo accademico, dalla A di Alienazione alla Z di Zeitgeist. La voce d’onore spettava naturalmente a «postmodernism», presentato come il pinnacolo di tutto l’edificio teorico contemporaneo e come un gigantesco passo avanti nella storia del pensiero, al punto che gli autori concludevano su una nota di sottile preoccupazione: «Sono tutti un po’ in ansia al pensiero di cosa accadrà quando arriverà il post-postmodernismo — ma forse sarà esattamente la stessa cosa, solo di più». Come tutti i divertimenti accademici (i divertimenti, cioè, di chi non sa divertirsi senza secchioneria), quel dizionarietto satirico aveva un fondo di serietà: il post-postmodernismo è puntualmente arrivato, anzi si era cominciato a parlarne già negli anni Ottanta, e oggi c’è chi riesce a scrivere in tutta austerità, senza un’ombra di senso del ridicolo, volumi fitti di note a piè di pagina sulla «condizione post-postmoderna». La nave dei folli è metafora antica e abusata, qui siamo semmai alla filosofia del motore in folle: quando il linguaggio non fa più attrito con la realtà, può salire di giri e rombare grandiosamente; gli ascoltatori se ne staranno a bocca aperta davanti a una tale esibizione di potenza, ma la macchina non si sposterà di un metro dal parcheggio.

La disputa degli Antichi e dei Moderni, nella Francia di fine Seicento, fu cosa serissima; quella dei Moderni e dei Postmoderni rischia di essere ricordata come la battaglia dei prefissi, o Prefissomachia: si sono riempite biblioteche per stabilire se viviamo in un’epoca iper-moderna o tardo-moderna, neo-moderna o sur-moderna, meta-moderna o liquido-moderna. I posteri, c’è da giurarci, si stupiranno di tutti gli sforzi profusi dai nostri contemporanei in quest’ambiziosissima impresa di autoperiodizzazione: il compito di collocarci nella storia, in fin dei conti, spetterebbe a loro. Ma forse i post-diluviani scampati al nubifragio dei post (post-industriale, post-coloniale, post-strutturalista, post-storico, post-ideologico, post-umano e via oltrepassando) coglieranno in questa ossessione per il «dopo» i segni di un’impotenza e di una sterilità del pensiero che si maschera, di volta in volta, damalinconia del superstite o da volontà di potenza, giacché quel piccolo prefisso consente, sia pure per un’auto-illusione linguistica, di sollevarsi al di sopra del proprio tempo e osservarne dall’alto il panorama di rovine, ciò che a nessun vivente è consentito.

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6 Replies to “Post”

  1. Condivido : mai prendersi troppo sul serio e poi ci si ripiegherebbe sempre su se stessi. Sempre meglio avere qualche dubbio che assolute certezze 😉
    Buona settimana anche a te.

  2. Interessante spunto!
    Non deriderei le parole difficili accademiche: ogni contesto ha il suo gergo, il ghetto come l’accademia. Una volta che ci si è accordati chiaramente sul loro esatto significato, quelle parole gergali sono utilissime perché tra addetti ai lavori ci si possa comprendere al volo, senza sprecare tanti giri di parole.
    Adesso una moda di certi intellettuali è quella di scagliarsi contro il mondo degli intellettuali e teorizzare la negazione della cultura; eppure restano intellettuali anche loro e forse appaiono un tantino ipocriti. Non credo ci sia tanta gente che “non sa divertirsi senza secchioneria”, ma, se anche fosse, non vedo ragione di irridere un divertimento colto: se alcuni sono eruditi non è mica una colpa o un difetto, e se vogliono scherzare tra loro in maniera difficilmente comprensibile a chi non abbia le loro conoscenze non c’è niente di male. D’altra parte, il problema è che in alcuni contesti intellettualoidi sono ridicoli non quando scherzano, ma quando vogliono fare sul serio! A questo proposito, la Prefissomachia è illuminante e mi ha fatto sorridere – un becero “divertimento accademico”, naturalmente 😉

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