La lingua di Walcott oltre le antille

29 marzo 2013 § 2 commenti

S’ intitola La voce del crepuscolo eppure è costruito anzitutto su ideali di cominciamento, di luce e di libertà. Mi riferisco al volume di saggi del poeta caraibico Derek Walcott, che è uscito in questi giorni in Italia (traduzione di Marina Antonielli, cura editoriale di Matteo Campagnoli, Adelphi, pagine 280, ? 22). «Per i poeti, nel mondo è sempre mattina», afferma Walcott. Ciò significa che il senso di sé come scrittore del Nuovo Mondo coincide per lui con un’idea della letteratura quale testimonianza di una possibile liberazione dai condizionamenti della Storia, dai vincoli del retaggio, dal rancore, dal lamento. La letteratura ha un valore iniziale perché insegna a rinnovare ogni volta il contatto col mondo.

Per questo discendente di schiavi negri, nato su un’isola in cui la magnificenza della natura e del paesaggio è davvero segnata dal sangue, l’emancipazione è allora una questione che riguarda il destino di ogni uomo, perché appunto ogni uomo dovrebbe saper raggiungere il proprio presente, riscattare la propria vita, liberarla.È vero allora che il riconoscimento paradossale, per se stesso come per altri interpreti delle Antille, di una sorta di adamitico privilegio d’appartenenza a una cultura agli albori, costituisce per Walcott non il partito preso ma la conquista della sua scrittura, che nasce proprio nel punto di sutura e di reciproco superamento tra l’ideologia del Vecchio e quella del Nuovo Mondo, tra schiavitù e primogenitura, tra la sudditanza alle rovine del passato e un’altrettanto ideologica celebrazione del proprio ceppo etnico.

I tre scritti raccolti nella prima parte del libro, tra cui per intensità lirica spicca il discorso tenuto da Walcott per il conferimento del Nobel nel 1992, riguardano la definizione della sua identità di scrittore, e dunque il rapporto tra centro e periferia, tra la fedeltà alla grande tradizione poetica in lingua inglese e l’immediatezza dell’esperienza, cioè suono e colori della natura, del mare e degli uomini della sua isola.Questo stesso processo di attraversamento e di liberazione non avrebbe tuttavia un significato davvero credibile se non appartenesse alla letteratura in quanto tale. «Dal punto di vista del tono, la voce individuale è un dialetto; dà forma al proprio accento, al proprio lessico e alla propria melodia sfidando un concetto imperiale di lingua, la lingua di Ozymandias, delle biblioteche e dei dizionari, dei tribunali e dei critici, delle chiese, delle università, dei dogmi politici, il linguaggio delle istituzioni. La poesia è un’isola che si stacca dalla terraferma», scrive ricordando il celebre sonetto di Shelley dedicato al tramonto di ogni potere mondano.

Ecco allora che i saggi monografici che compongono la seconda parte del libro hanno sempre al centro diversissimo, multiforme, imprevedibile, eppure non aggirabile questo stesso procedimento di definizione di una lingua sottratta agli automatismi del cosiddetto «impero», che viene individuato anzitutto nelle sue ora eclatanti ora più sottili e subdole configurazioni espressive. Come per l’idea di esilio o di felicità mentale, Walcott mostra qui di avere compreso in profondità la lezione del più importante, credo, dei suoi maestri, Iosif Brodskij, il cui fondamento concettuale si avverte di continuo nella filigrana di questi scritti critici.In particolare, i saggi su Lowell, Larkin, Hughes e Naipaul mi sono parsi i migliori. Si tratta in ogni caso di uomini al cospetto della propria vita, con i loro limiti e le loro prerogative esistenziali, ma sempre alle prese con la maestà e il peso della lingua, con la forza e il condizionamento della tradizione poetica. Walcott scrive in modo appassionato, reattivo, a sangue caldo. Cerca sempre l’intensità, quasi volesse colpire il lettore ad ogni nuova frase, e questo lo porta a qualche squilibrio tra la sentenziosità metaforica e l’argomentazione, tra l’oltranza delle immagini e la centratura del discorso. Nel senso che a volte è la prima a mangiarsi un poco la seconda. Ma è anche vero che per lo stesso motivo la sua prosa non risulta mai inerte o interlocutoria, ma comunque decisa, se non decisiva. In Walcott la critica può assumere aspetti anche molto diversi, tranne quello, si può star certi, di un animale addomesticato.

Roberto Galaverni

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