Il grande capo

8 aprile 2013 § 2 commenti

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La subordinazione, che è tanto apprezzata nello Stato militarista e burocratico, ci diverrà tosto così incredibile, come già lo è diventata la tattica compatta dei gesuiti; e quando questa subordinazione non sarà più possibile, una quantità dei più stupefacenti effetti non potrà più essere raggiunta, e il mondo sarà più povero. Essa è destinata a sparire, perché sparisce il suo fondamento: la fede nell’autorità assoluta e nella verità definitiva; persino negli Stati militaristi, non la costrizione fisica è sufficiente a produrla, bensì l’ereditaria adorazione davanti a ciò che è sovrano come davanti a qualcosa di sovrumano. In condizioni più libere, ci si subordinerà solo a condizione, in seguito a contratto reciproco, cioè con tutte le riserve del proprio interesse.

F. Nietzsche (Umano, Troppo Umano)

Dopo aver messo a nudo gli abissi del cuore umano, mostrato un’umanità gretta, meschina, impaurita ed ipocrita, ora ci diverte con una satira feroce sulla vita lavorativa, un film brillante, intelligente e pieno di ritmo. Una commedia che gioca con le regole del genere, prendendo come modello la commedia sofisticata della Hollywood classica, basata non su gag visive, ma sul dialogo, su caratteri e situazioni illogiche e surreali.

Una grande azienda di informatica sta per essere venduta agli islandesi. Il proprietario non ha mai rivelato la sua identità fingendosi un semplice portavoce di un fantomatico ‘Grande Capo’. Ora è però necessario che il Capo si materializzi. Ingaggia quindi un attore disoccupato che dovrebbe limitarsi a firmare per procura la cessione. Ma le cose si complicano.

Kristoffer, attore con la fissa per il drammaturgo Gambini, ha un approccio spaesato e confuso al ruolo, tanta è la singolarità del gruppo direttivo della ditta e dei suoi componenti, caratterizzati da tendenze estreme e spassose: c’è chi è ossessionato e reso aggressivo dall’uggia autunnale della campagna danese, chi desidera concedersi sessualmente al presunto capo e chi lo vuole sposare, chi sussulta e piange ogni volta che una fotocopiatrice si aziona, chi ha bisogno di continui e patetici gesti d’affetto. Kristoffer dovrà impegnarsi per studiare a fondo i co-protagonisti della storia, fino a comprendere come siano in realtà tutti strumenti inconsapevoli di Ravn, che finge di essere il loro migliore amico e poi segretamente medita di licenziarli e di attribuirsi in esclusiva il merito di un loro prodotto informatico.

Lo sguardo graffiante di Lars si posa in questo caso sulle meccaniche del potere e degli affetti, così inestricabilmente e perversamente intrecciati, che danno forma a questa pungente metafora della trascendenza dell’autorità, irrintracciabile ogni volta che si cerchi un responsabile di atti moralmente deprecabili, perché altro non è, il fantoccio del grande capo, se non questo: un burattino di comodo che permette a chi lo usa di mettersi al riparo dalle conseguenze della disumanità delle proprie azioni di leader, conservando sempre un ascendente affettivo sui dipendenti tartassati. La lama vontrieriana che viviseziona proprio questi ultimi, dipinti prima di tutto come un mucchio di personalità caratteriali al limite del grottesco, poi come complici stessi della grande farsa ai loro danni, ben disposti a relegare nella dimensione del trascendente l’oggetto del loro odio, purché sia fatta salva la finzione di sentimentalismo che permette di tenere in piedi l’impianto affettivo – e produttivo – dell’azienda.

Grande il finale, che si avvita e si contorce, quando il povero Kristoffer, l’attore che voleva solo essere attore, e si ritrova a dover fare il capo, non più a recitarlo, perché il capo vero è in effetti contumace. E anche qui gli interessi (di riconoscimento) dell’attore sigillano una commedia donandole un degno finale surreale fino al midollo.

da file #Loltreuomo

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