Sulla scuola

Certo – a voler reagire a come il ministro dell’Istruzione discetta di scuola – potremmo illividirci a discutere dello scandalo del concorsone prossimo che pretende ancora esami da chi ne ha superati a iosa pagando profumatamente per corsi abilitanti quasi sempre squalificati, oppure polemizzare fino alle prossime elezioni sull’ora di religione sì/l’ora di religione no, o ancora sbeffeggiare l’idea di introdurre i taumaturgici tablet in classe quando non si obbligano gli insegnanti a seguire corsi di aggiornamento di inglese, informatica, psicologia, didattica per chi ha disturbi dell’apprendimento; o ancora potremmo sparare a zero sulle inutili retoriche di grembiulini e maestri unici e provare a suggerire invece una minima bibliografia, che includa libri che si occupino di neuroscienze e cooperative learning, pedagogia aggiornata con testi, chessò, di Reuven Feuerstein, Albert Bandura, Bruce Bracken… Sì, è vero, tutto questo sarebbe forse utile, ma relegherebbe ancora una volta il discorso sulla scuola a una roba per addetti ai lavori, e ci porterebbe a eludere la domanda: a che cosa serve la scuola?

Perché, vi assicuro, se voi provaste a entrare in classe e porre quest’interrogativo a bruciapelo a qualche studente, sareste immediatamente raggelati con risposte del tipo: “Ad avere delle cose da dire nelle conversazioni degli adulti”, “A formarsi una cultura”, “A entrare nel mondo del lavoro”, oppure – la ricorrente – “Per integrarsi nella società”. Non è colpa dei ragazzi, anzi. Se va rintracciata una radice di questo vuoto di risposta, sta proprio nell’errore originario di non fare della scuola una questione politica tout-court.

Ecco, la stessa miopia che Walter Benjamin rimproverava ai suoi contemporanei: “Bisogna dimostrare che la riforma della scuola va al di là delle tesi degli specialisti, essa sta in un modo di pensare, una visione, un programma etico del nostro tempo” – una miopia che si è rivelata cecità per chi ha voluto rinnovare la didattica negli ultimi vent’anni. Solerti pedagogisti, giustamente stufi di un sapere erudito e nozionistico, hanno pensato di sostituirlo alla bell’e meglio con un sapere funzionale. E giù quindi idolatria per le competenze, per le tabelle, i crediti formativi, un’inflorescenza esponenziale della valutazione, da una parte. E via, dall’altra, a una didattica pseudo-professionalizzante, per cui – per fare l’esempio più surreale – al liceo invece del tema uno studente (che spesso non ha mai letto un quotidiano in vita sua) può scegliere come compito in classe di scrivere articolo di giornale, imparando implicitamente che il giornalismo mica è una professione ma un copia & incolla di opinioni leggiucchiate dal foglio che gli ha appena fotocopiato il prof.

Tanto, come dire, se non gli capiterà di incontrare mai nella sua vita le idee pedagogiche di un Lev Tolstoj (andatevi a ripescare i suoi saggi sulla scuola anti-autoritaria di Jasnaja Poljana) o di Janusz Korczak (Il diritto del bambino al rispetto, Edizioni dell’Asino), integrarsi in una società che gli fa abbastanza schifo sarà il meglio che gli possa capitare. Mica vorrà far la fine del dropout che elemosina soldi amici come un Leopardi o un Wittgenstein? Mica vorrà essere condannato a morte per le sue idee come un Giordano Bruno o un Socrate qualunque? Figuriamoci se si può suggerirgli che quella società futura lui potrebbe anche rivoluzionarla, o almeno immaginare di poterla rivoltare da capo a piedi. No, è bene confortarlo da subito che niente cambierà mai, in modo che ogni giorno entri a scuola “pensando solo ai compiti e allo studio, alle amicizie e allo sport” .

Non sarà un caso che allora la cosa più frequente che vi possa accadere se fate gli insegnanti è che prima di cominciare la lezione, lo studente che pensavate modello vi si avvicinerà e vi sussurrerà all’orecchio se lo potete aiutare: sta per avere un attacco di panico. Se l’unico pensiero che vi ha ossessionato la settimana è come funziona la correzione dei test Invalsi, se l’unica speranza che vi è rimasta è che finalmente anche nella vostra scuola attivino le lavagne interattive, oppure se considerate una forte criticità che questo ragazzo ancora non ha evidentemente sviluppato le competenze (“Prof, mi scusi non so gestire bene l’ansia”, mi ha detto un mio studente 14enne l’anno scorso), beh, almeno vi chiedo un favore: abbracciatelo forte, e assicurategli che va tutto, tutto bene.

Christian Raimo

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8 Comments

  1. Non sono completamente d’accordo su quanto detto, poichè spesso i ragazzi al giorno d’oggi non assistono passivamente a tutto ciò che li circonda. Qualcuno (mi riferisco sopratutto ai ragazzi delle scuole superiori, anche se qualche episodio si può registrare alle scuole medie), più sveglio di quanto fossimo noi alla loro età, ha già le idee chiare ed è profondamente convinto di riuscire a cambiare le cose con le sue azioni, che mette in pratica nel suo piccolo, anche con una semplice assemblea scolastica, con un dialogo aperto con docenti e compagni, cosa che una volta avveniva di rado. Sì, uno potrebbe obiettare sul fatto che spesso questi sono episodi isolati o sono lotte contro i mulini a vento, ma quello che conta è lo spirito che li anima, è l’intenzione, la buona volontà nell’impegno per l’affermazione di quei valori cari ai ragazzi in ambito scolastico, che potranno un domani trasformarsi in valori validi per costituire una buona società.
    E’ anche vero che l’insegnante si deve barcamenare con una serie di incombenze, però un docente veramente motivato e amante del suo mestiere non si fermerà mai alle lotte per una lavagna interattiva o per inculcare ai suoi alunni una lezione bell’e fatta, ma si prodigherà per accendere in quegli alunni una passione ( che sviluppa col tempo la competenza), la capacità di ragionare con la propria testa, con la propria capacità critica acquisita dopo uno studio incrociato tra nozioni apprese dai libri e studio/osservazione della realtà. Si sa che per ottenere certi risultati serve tempo, ma soprattutto serve quella scintilla, la complicità tra classe e insegnante, che per esperienza non è poi così difficile da ottenere. E poi l’abbraccio e la rassicurazione non dovrebbero mai mancare.
    Grazie per questa opportunità di confronto… 🙂

    1. Credo che Raimo si riferisca al fatto che la scuola è prima di tutto scuola di vita, questa è la sua denuncia oggi. Per il resto mi pare che quello che scrivi sia condivisibile. Stimolare i ragazzi di oggi è un’impresa titanica, questo te lo posso assicurare. Il problema è una frattura generazionale che assomiglia molto a quella del dopo guerra. Ma l’argomento è sterminato e lo spazio poco.
      Sono io che ti ringrazio 🙂

      1. So quanto può essere titanica l’impresa di stimolare i ragazzi, lo so perchè la vivo tutti i giorni sulla mia pelle. E a dirti il vero non mi riconosco in quello che dici sulle nuove generazioni di insegnanti, forse perchè ne faccio parte. Ti dico solo che il lavoro è immane e poco considerato. Spesso dobbiamo svolgere diverse mansioni che vanno oltre il nostro ambito professionale e ci viene chiesto ogni giorno qualcosa in più. Io curo molto le mie lezioni, cercando di lasciare poco all’improvvisazione, con o senza l’uso delle nuove tecnologie, cercando di far vibrare qualche corda all’interno della coscienza dei miei alunni (e ti assicuro che le materie che insegno sono quello che c’è di più lontano dalla poesia, dalle letteratura e dai sentimentalismi). Ricordo di aver avuto professori (vecchia generazione) che non spiegavano o spiegavano poco, rimandando l’onere ai libri o al compagno di classe più bravo e professori che si limitavano al loro ambito di studi. Purtroppo a noi, nuova generazione, c’è richiesta la multidisciplinarietà, la capacità di spaziare e fare riferimenti ai più disparati ambiti e alle varie discipline che coinvolgono il percorso di studi dell’alunno. Non dico che sono/siamo capaci di farlo, ma dico solo che ci proviamo, ci mettiamo in gioco, perchè l’impegno è sovrumano, soprattutto considerando che i ragazzi al giorno d’oggi sono svegli e abili a metterti in difficoltà ad ogni tua incertezza. Credo che in tutte le generazioni di insegnanti si possa trovare quello preparato e volenteroso e quello non motivato e non preparato che non aspetta altro che la fine del mese. Secondo me alla fine è solo questione di carattere e di come affronti le tue responsabilità, di quanta passione e amore metti nel tuo lavoro, ma questo prescinde dall’essere insegnanti. Grazie ancora e scusa se ho voluto precisare i miei punti di vista. Ciao 🙂

  2. Anche io non sono del tutto d’accordo con ciò che scrive il collega Raimo. Nella scuola, a lasciarsi piovere addosso, a subire passivamente riforme e decreti, sono stati sempre i docenti. In trentasei anni di insegnamento nella scuola superiore, alle genialate varie “imposte” da ministri che non conoscevano affatto la realtà che andavano a modificare, posso testimoniare, che non abbiamo mai risposto con proteste argomentate ed incisive. Non abbiamo mai fatto una proposta, non abbiamo mai esplicitato l’ idea che avevamo, noi, di una scuola “utile”, efficiente e funzionale alla trasformazione della società. Siamo andati avanti lamentandoci e seguendo il nostro istinto o il cosiddetto “buon senso”.Gli studenti, invece, sono vent’anni che protestano. Loro, per fortuna, non si rassegnano.
    Dovremmo chiederci perciò “siamo stati buoni o cattivi maestri?”

    1. Ti rispondo con una battuta lapidaria: Credo che non siano stati nè buoni nè cattivi, perchè proprio non sono stati maestri (nel senso nobile del termine). I nuovi francamente sono evanescenti, non sono in grado di trasmettere nulla e si riempiono la bocca di nuove tecnologie per mascherare la loro totale impreparazione. A questo si riferisce Raimo. Certo le colpe sono molte e l’autocritica è sempre un difetto italico, ma mentre i vecchi maestri si chiudono nelle loro certezze incontrovertibili non adeguandosi ai tempi, i nuovi sono talmente immersi nei loro da non avere una benchè minima capacità critica.

  3. Permettimi di dissentire sulle nuove generazioni di docenti. Ne conosco molti motivati e capaci di comprendere ed interpretare i cambiamenti. E non sarei così categorico a tracciare una netta linea di demarcazione tra “nuovi” e “vecchi”. A molti di questi ultimi, non manca la voglia di sperimentare nuovi percorsi e non hanno paura di mettere, ogni volta, in discussione loro stessi e la loro professionalità.
    Sono, comunque, d’accordo con te: l’argomento è complesso, bisogna conoscere a fondo la scuola per poterne parlare.

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