Glossario: Vintage

10 maggio 2013 § 8 commenti

Dash-Snow-Polaroid-Wall

D. SnowPolaroid Wall – 2005

Quando tre anni fa morì Dash Snow, i galleristi più smaliziati da qui a New York trovarono infine il loro martire: un artista giovane (ventotto anni) e maledetto (era un tossico), di successo (l’overdose lo colse in una stanza d’albergo da 325 dollari a notte) e che era riuscito a imporsi quale proverbiale voce di una generazione. . Il New York Times titolò “The End for an Enfant Terrible”, da noi La Stampa replicò con “Dash Snow, l’ultimo maledetto”. Roba da antologia, insomma. Per la miseria, era persino morto alla stessa identica età di Basquiat!

Se Snow non lo conoscete, provo a raccontarvi qualche sua opera. Che è sempre cruda, sporca, zeppa di sangue, sudore e sperma. Prendiamo il Polaroid Wall del 2005: un muro ricoperto di …polaroid, appunto. Raffiguranti tizi che scopano, uno che si fa una pera, scene di vita dissoluta eccetera. Detta così non suona granché, ma noi, che di Snow eravamo coetanei, ne restammo estasiati. Stando alle parole dell’artista, quel muro era più che un diario: era una vera e propria “banca dati” della memoria. Solo che ecco, uno si domanda: perché la polaroid? Eravamo nel 2005: non poteva usare, chessò, un telefonino? E perché quella polaroid ci sembrò così appropriata? Insomma, come aveva fatto il correlativo oggettivo analogico dei 70 e soprattutto degli 80, ad assurgere al rango di filtro per eccellenza degli ipertecnologici 2000?

Mi ricordo che solo qualche anno prima, diciamo all’incirca nel 2001, con gli amici si andava per club a ballare l’electroclash. Questo electroclash era una musica che fondamentalmente recuperava i tipici suoni e colori degli anni 80, ed era diventato una faccenda grossa persino nel mainstream: Kilye Minogue pubblicò Can’t Get You Out of My Head e Madonna, sempre un passo avanti, aveva preceduto tutti con Music . Ora, nel mondo della cultura pop esiste una regola che si chiama “la legge dei vent’anni”.

Significa che ogni decennio pretende il suo revival riferito a circa vent’anni prima, perché al pubblico ormai maturo piace ricordare le canzoni, i film e gli oggetti della propria infanzia: è lo stesso motivo per cui nei 70 imperarono i fifties di American Graffiti , di Happy Days e– a suo modo – del punk. Da questo punto di vista, che a inizi 2000 si andasse a ballare musica di vent’anni prima e che uno dei più quotati artisti contemporanei recuperasse la Polaroid, era perfettamente logico. Qualcosa però deve essere andato storto. Siamo nel 2012, e dai vent’anni si è passati ai trenta: il social network più chiacchierato dopo Facebook si chiama Instagram, un’applicazione che trasforma le foto col cellulare in simulacri pseudoanalogici giusto a forma di polaroid. Questi benedetti smartphone poi, sono oggetti delicati. Ci vuole quasi sempre una custodia, e quella che va per la maggiore è una in plastica che replica le fattezze delle vecchie cassette a nastro. Il film chiave della stagione scorsa fu Super 8, e la popstar più famosa in circolazione è Lady Gaga, un concentrato di ottantismi tanto da essere stata eletta a direttore creativo di…Polaroid, ovvio.

La legge dei vent’anni è stata stiracchiata al punto che quelli in attesa del revival anni 90 stanno ancora lì che aspettano. Cos’è successo? Esistono varie spiegazioni a riguardo. Una è che sono i caratteri della nostra stessa contemporaneità a imporre una sorta di compulsivo sguardo all’indietro, perché questa contemporaneità porta un nome su tutti: internet. E internet è, sostanzialmente, un immenso archivio o banca dati che gioca sul concetto di memoria esattamente come il Polaroid Wall di Dash Snow.

Per essere uno dei più futuribili manufatti che l’umanità abbia mai concepito, la Rete è un paradossale schedario di nostalgie, di ricordi sacrificati all’immortalità virtuale, di eterno presente che per sua natura abdica all’idea di futuro. È la tesi per esempio di Simon Reynolds e del suo fortunato Retromania . Al quale però una volta chiesi: va bene, ma perché proprio gli 80, perché ancora loro? Sarà mica che gli 80 non sono un decennio come un altro, e che segnarono invece l’atto di nascita di una vera e propria (ahem…) nuova era? Pensateci: furono gli anni dell’informatica che precipitava negli interni domestici, del Commodore e dei primi Mac, una specie di alba leggendaria che è praticamente mito di fondazione: se così fosse, l’ottantismo infinito dei 2000 sa non di revival ma di ritorno al folklore, un po’ come se l’era della Rete chiedesse conferma dei suoi natali. Solo che di folklore la Rete ne ha partorito in abbondanza, senza per forza tornare agli 8 bit degli vecchi processori Intel.

Qualche anno fa due artisti e studiosi come Olia Lialina e Dragan Espenschied recuperarono tutto quel campionario di gesti e costumi che va dall’emoticon alle customizzazioni MySpace, dai primordiali blog agli sgraziati esperimenti di grafica in 3d, e lo ribattezzarono proprio così: Digital Folklore. Nel frattempo, gli osservatori più acuti del panorama popular vanno discettando da qualche mese di una roba chiamata vaporwave , e cioè “the pop art of the virtual plaza”.

Tra i nomi di punta, magazine a cavallo tra arte e fashion come Dis, e progetti musicali come –toh –Internet Club nonché il famigerato James Ferraro, stando a Dummy Magazine “l’Andy Warhol della nostra generazione” (nientemeno). Il quale Ferraro, col nome di BEBETUNE$, sostituisce agli anni 80 dei primi videogames e del synthpop ballerino un’indigesta epica per Windows 95, muzak in DDD e unicorni in 3d. Che la legge dei vent’anni si stia, pur se in ritardo, di nuovo avverando? Che dopo il ritorno agli 80 sia infine il momento dell’agognato recupero dei 90? Che finalmente stia arrivando il futuro? E che questo futuro viaggi a 56k?

VALERIO MATTIOLI (Orwell, 20 ottobre 2012)

da file #loltreuomo

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