Glossario: Speranza

12 maggio 2013 § 2 commenti

Avrete sentito dire in giro che non c’è speranza per le nuove generazioni. Nel parlare comune — così come nel dibattito politico che spesso del parlare comune è un distillato — ricorrono infatti certe espressioni lapidarie («non hanno speranza questi giovani»), certe domande retoriche sottilmente autocommiseratorie («che speranza stiamo dando ai nostri figli?»), o ancora, certe esortazioni generiche e accorate («dobbiamo regalare un futuro a questi ragazzi!»). Ciò che stupisce è come, in tutti i casi, la speranza sia trattata come un bene effettivo, materico, un bene che si possiede, che si dà e si riceve e il cui ammontare può essere misurato da appositi strumenti — un patrimonio che una generazione eredita da quella precedente, inversamente proporzionale, si direbbe, alla frazione di debito pubblico che piomba sulla testa di ognuno il giorno della sua venuta al mondo: sono nato nel 1982, la mia aspettativa di vita secondo le statistiche è tot e la mia speranza è tot.

Nelle sabbie mobili di questa diffusa ineluttabilità, ci si aggrappa di tanto in tanto a delle storie esemplari che dovrebbero risollevare il livello medio di umore, come delle sporadiche iniezioni sottocutanee di fiducia. Si tratta quasi sempre di aneddoti di tipo «2.0», legati all’universo in ebollizione del web. (Vorrei permettermi un inciso al riguardo: «2.0», dicitura che viene largamente impiegata per descrivere in un solo blocco all’incirca tutto ciò che riguarda gli under 30, suggerisce che lo spartiacque tra l’epoca attuale e le precedenti, la «1.0» e tutte quelle in versione beta, sia l’affermazione su ampia scala della tecnologia digitale e il dilagare della comunicazione in Rete, benché la mia generazione abbia ben altremutazioni da integrare ancora nel suo Dna, assai più delicate della sottigliezza stupefacente raggiunta dagli smartphone e della gestione di qualche centinaio di contatti sulla pagina Facebook. Tanto per dirne un paio: la caduta del Muro di Berlino e di gran parte dei dualismi ideologici secondo i quali siamo stati ancora, nostro malgrado, istruiti; e il crollo delle Torri nel settembre 2001 con cui abbiamo esordito, simbolicamente e fattivamente, nella maggiore età).

Alcune settimane fa l’impresa virtuosa di un ragazzo di appena 17 anni ha guadagnato posto sulle prime pagine di svariati quotidiani. Nick D’Aloisio ha messo a punto un’applicazione per telefonia mobile che riassume in poche righe testi più lunghi, evidenziandone i contenuti principali per una lettura rapida: si chiama Summly. L’invenzione, apprezzata dagli utenti e pubblicizzata da alcune personalità illustri come Ashton Kutcher e Yoko Ono (e dovrebbero spiegarmi che cosa ci azzecca Yoko Ono con le applicazioni per telefonia mobile, se davvero le manca il tempo per leggere i testi integrali e se, soprattutto, la buon’anima di John Lennon sarebbe felice di vedere la sua metà spirituale così sedotta dalle meraviglie dell’Information Technology), l’invenzione si è presto diffusa nel mondo virtuale, al punto che Yahoo! ha deciso di metterci sopra le mani e ha comprato da Nick D’Aloisio il brevetto per la cifra ubriacante di 30 milioni di dollari. Non solo: Yahoo! ha assunto il ragazzo nel suo staff a tempo indeterminato. Il precoce D’Aloisio si è sistemato e potrà organizzare una festa come si deve per i suoi diciotto anni. Dove sta la speranza in tutto questo? Soprattutto nella prova che qualunque adolescentemolto creativo (o abbastanza sociopatico da starsene assiduamente incollato a un monitor) può realizzare una fortuna, che l’accessibilità a un ambiente globale, un ambiente anodino fatto di bit e righe di codice e dove tutti partiamo dallo stesso livello di ignoranza, fornisce una chance di successo a ognuno. È la versione accelerata, 2.0, del Sogno Americano. Datti da fare anche tu, perciò: spremiti le meningi e fatti venire un’idea geniale, vedrai che Yahoo! te la compra per una montagna di soldi e magari ti dà pure un posto fisso.

Ammesso che le vittorie altrui possano essere in qualunque caso una fonte di speranza (e non, al contrario, motivo di invidia e frustrazione), ci sono alcuni elementi dell’iperbole di Nick D’Aloisio che mi lasciano perplesso. Ho sempre pensato che la vera speranza germogli davanti alla possibilità del rovesciamento di un ordine costituito. La presenza di un nemico, di un’autorità opprimente da deporre fomenta una vitalità che in tempi più placidi non si esplica. Ma il successo di Nick D’Aloisio non è eversivo in nulla, anzi è esattamente il contrario: è il successo del venire assorbito nel sistema preesistente. La sua storia è divenuta esemplare quando il colosso Yahoo! lo ha inglobato: secondo questa logica macabra (e pericolosamente in voga) che separa il mondo tra sommersi e salvati, soltanto i vecchi, immoti e inamovibili poteri sono in grado di pescarti dall’oceano tumultuoso e portarti al sicuro nel loro olimpo dorato. Confida in loro, dunque, se hai bisogno di confidare in qualcosa. E, chissà, magari il prossimo a saltare sulla scialuppa della ricchezza potresti essere tu. La speranza che la vicenda di Nick D’Aloisio può, al limite, ispirare è perciò rigorosamente individuale. Non circola. E poi, Summly è di sicuro una grande idea, ma si esprime — ed esaurisce — in un tempo molto breve; la grandezza sta soprattutto nell’aver intercettato con astuzia un bisogno istantaneo di alcuni utenti e nell’averlo soddisfatto prima ancora che venisse espresso, dal che potremmo finire a parlare di capitalismo e profitto e della gigantesca macchina che tutti c’ingoia, se avessimo davanti a noi un tempo lunghissimo e la minima voglia di farlo.

Tutta questa severità nei confronti dell’innocente Nick D’Aloisio (che per festeggiare i milioni di dollari ha acquistato, udite udite, un nuovo paio di scarpe da ginnastica) mi permette di individuare per negazione almeno tre postulati che, credo, la speranza dovrebbe soddisfare per essere considerata davvero tale. Emi permette di interrogarmi su come la Generazione 2.0 sia combinata rispetto a essi.

Principio di sovvertimento. La speranza si sviluppa in presenza di un ordine da rovesciare. Ci stiamo certo scalmanando da ogni parte per rovesciare qualcosa, ma sembra che, per il momento, non abbiamo troppo chiaro che cosa vale la pena di essere rovesciato. L’astrazione dei meccanismi di potere, della finanza, la tessitura globale degli interessi hanno reso molto difficile, per noi 2.0, individuare con chiarezza il nostro antagonista. Quando frequentavo il liceo ci furono le prime manifestazioni contro la globalizzazione. «Domani c’è il corteo», si mormorava nei corridoi. «E contro cosa sfiliamo?». «Contro la globalizzazione». A ripensarci, avevamo le nostre buone ragioni, ma era oltremodo faticoso sfidare un nemico trasparente quanto un fantasma. Fra le molte insidie riscontrate dai 2.0, la mancanza di avversari evidenti mi appare tuttora come la peggiore.

Principio di generosità. La speranza necessita di essere condivisa, collettiva, altrimenti avvizzisce. Che alcuni eletti ce la facciano — «farcela» stando oggi a significare che la vita gli concede di mettersi al riparo dalle intemperie economiche — non aumenta di un briciolo l’ottimismo generale. Anche il superstite si porterà sempre addosso il rimpianto per i cadaveri lasciati indietro. C’è dunque bisogno che la speranza contempli la generosità. E forse, in questo, i 2.0 sono più in gamba di chi li ha immediatamente preceduti.

Principio di infinito. Proprio come l’arte, anche la speranza ha bisogno di un orizzonte all’infinito, di potersi dispiegare comodamente sulla sciocca convinzione che il miglioramento è per sempre. Gli aggiustamenti, le manovre per arrangiare, i rattoppi non la nutrono, anzi non fanno che affamarla. Qui e oggi, purtroppo, si cerca innanzitutto di puntellare un’enorme struttura pericolante.

Paolo Giordano (continua su La Lettura)

§ 2 risposte a Glossario: Speranza

  • ellagadda scrive:

    Davvero un bell’articolo, grazie per averlo postato!
    E’ vero però che la speranza in un certo senso è un’ eredità, ma è, proprio in quanto tale, una passività, si eredita senza far nulla, per una decisione altrui, per un’azione altrui.
    Vero anche che le nuove speranze, come quel ragazzino (ma pure come l’ormai non più nuovo Zuckerberg) sono solo l’ennesima conferma del sistema, quello stesso sistema che non dà speranze ai giovani, lo stesso che ti rende milionario in un giorno e nello stesso giorno nega la possibilità del minimo di sopravvivenza a milioni di persone.
    Rifletto spesso sulla differenza fondamentale tra due termini: “Rivoluzione” e “Rivolta”.
    Il primo, entusiasmante per i più, mi fa spavento: mi rimanda al ritorno, alla rivoluzione -identica, perpetua- dei pianeti, che ripetono le loro orbite;
    credo invece nel secondo, nella Rivolta, in quella che vorrei finalmente esplodesse nelle nostre strade, nelle nostre teste, nei nostri pensieri.
    Diceva qualcuno “Tifiamo rivolta” e non penso lo dicesse a caso.
    (son uscita dall’argomento, me ne rendo conto, ma è una riflessione a caldo)

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