Lolita

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Quando scrisse Lolita, Nabokov non dimenticò l’impianto analogico della poesia lirica né le invenzioni linguistiche dell’Ulysses: non trascurò la psicologia barocca e intellettuale di James e della Woolf né le metafore liriche e grottesche, il gusto poetico e farsesco per i simboli, né il falsetto ironico e teatrale della passione e le scomposizioni pittoriche cubiste e futuriste. Il risultato è stupefacente. Lolita possiede tutte le qualità che un “vero romanzo” deve avere: una vicenda razionalmente condotta, un corretto uso della suspense, un caso psicologico strepitoso, due protagonisti distintamente caratterizzati, abili schizzi di figure minori, un ambiente plausibile, una catastrofe necessaria, che è pure, a suo modo, un lieto fine.

Humbert Humbert, nato nel 1910 a Parigi, figlio di uno svizzero e di una inglese, cresciuto “felice e sano, in un mondo luminoso di libri illustrati, di sabbie pulite, di aranceti”, si trasferisce nel 1939 negli Stati Uniti, diventa autore di saggi tortuosi su oscuri giornali, di pastiches e riprende i suoi studi letterari, componendo una Storia della letteratura francese per gli studenti di lingua inglese. Dismesso da una clinica psichiatrica, dove era andato a curarsi un gravissimo esaurimento nervoso, egli si stabilisce a Ramsdale, cittadina della Nuova Inghilterra, e affitta una camera nella casa della signora Haze, una vedova di trentacinque anni. Sua figlia, Lolita, “una bella e quasi immatura fanciulla, che le moderne scuole miste, i costumi giovanili, i furtivi maneggi intorno ai falò avevano depravato all’estremo e senza speranza”, ne ha appena tredici.

Piuttosto che un personaggio, Humbert Humbert è un simbolo collettivo: una “summa” stilistica del nostro tempo. Quando parla o racconta, quando ostenta i suoi vezzi, le sue trovate ironiche e metaforiche, le sue allusioni letterarie, le sue ciniche combinazioni tra i linguaggi dei nostri giorni, ci sembra di assistere ad una fantastica conversazione collettiva tra tutti gli intellettuali che oggi formano il tessuto bizzarro e compatto della cultura occidentale. Tutte le trovate e le allusioni, tutto quel fantasioso e futile cicaleggio non hanno saputo incarnarsi completamente in una figura romanzesca. Humbert Humbert rimane un conglomerato di culture: il più intelligente, spiritoso e confortevole cimitero intellettuale dei nostri tempi.

Ma la grande figura del romanzo è Lolita; e l’ondata di ardente, bruciante gelosa tenerezza, che si irradia da lei come un mare tumultuoso e senza confini. “Lei era a piedi nudi: sulle unghie dei piedi le rimanevano residui di vernice color rosso-ciliegia e sull’alluce aveva un pezzetto di cerotto; Dio che cosa non avrei dato per poter baciare in quel momento stesso qui piedi scimmieschi, dalle ossa delicate, dalle lunghe dita”. Cosa importa che Lolita sia volgare e chiassosa, stupida e corrotta, senza fantasia né sentimenti – una divoratrice di gelati alla crema, una consumatrice di fumetti spaziali? Nabokov le ha regalato il più raro fra i doni che ci rallegrano e ci consolano nei personaggi dei romanzi. Sopra i suoi piedi scimmieschi, sopra le unghie mal verniciate e gli occhi impuri e radiosi, ha fatto scendere quella grazie femminile che bagna di incanti imprevedibili i gesti più limitati dell’esistenza quotidiana.

Il tè del Cappellaio Matto

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6 thoughts on “Lolita”

  1. Nabokov fu un raffinato scrittore che conosceva perfettamente l’arte di scrivere, come ha dimostrato in numerosi saggi di scrittura.
    Lolita fu il suo romanzo più celebre. Sicuramente è un bel romanzo al di là della fam di essere stato a suo licenzioso.
    L’analisi accurata dei personaggi, le perfette descrizioni di luoghi e azioni conferiscono al romanzo una meritata fama.

  2. La ninfetta, ovvero una bambina, chiassosa, banale, noiosa come una bambina.
    Dimenticarsi di dover essere dalla parte della bambina, dell’innocenza -vera o di morale?- e sentirsi d’un tratto uguali al cattivo, all’ambiguo. Ecco lo scandalo della grande letteratura: due personaggi minori, e proprio per questo scandalosi.

  3. Sempre a stento riesco a descrivere l’unicità di quest’opera: a suo tempo mi coinvolse oltremisura, principalmente per l’abilità del Nabokov nel destreggiarsi in una materia che si prestava tutt’altro che a diventar romanzo (e che poi infatti divenne classico).

    Mi fa piacere rileggere di Lolita e delle sue stramberie, di tanto in tanto.
    Grazie per lo spunto.

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