A serious man

11 giugno 2013 § Lascia un commento

MARTEDI’ 11 GIUGNO – IRIS – h. 23.45

Il cinema dei fratelli Coen è incessante rielaborazione del medesimo tema: la miseria dell’uomo di fronte alle logiche inafferrabili della realtà, l’impossibilità della comprensione nel dominio assoluto del caos. Il distacco anaffettivo (ma mai esplicitamente sprezzante) del loro sguardo è specchio della consapevolezza dell’inutilità del raziocinio, è la rassegnazione al cospetto dell’inadeguatezza umana: per questo il loro umorismo non può che essere nonsense, i loro personaggi non possono che essere idioti – ognuno a modo suo, frutto di una differente epoca e di un diverso ambiente -, le regole dei generi con cui giocano non possono che incepparsi, la struttura dei loro film non può che girare, sistematicamente, a vuoto.

A serious man, il film più pessimista di Joel e Ethan Coen, suggerisce per metonimia il sopravanzare della fine del mondo. Dall’ottica minimalista di Larry Gopnick, si innesca un vero e proprio scioglimento della civiltà: se le radici “maledette” del presente sono iscritte negli antenati del passato (l’insoluto episodio iniziale), i disgraziati fatti di oggi accadono senza alcuna logica. La citazione iniziale sa di beffa: “Accogli tutto ciò che accade con serenità”. Ma si può accettare serenamente la morte? Impossibile evitare di dimenarsi fino all’ultimo. Queste convulsioni pre-mortem sono esattamente il film dei Coen: la pellicola, che si presenta come intervallo tra un esame radiologico (inizio) e il risultato dello stesso (fine), subito semina indizi di apocalisse complessiva. La deriva di Larry contamina la sua famiglia: il fratello è un giocatore d’azzardo e pedofilo, i figli sono indolenti e distratti (fallito il tentativo di iniziare il minore all’ebraismo, che si rivela una vittoria di Pirro), la moglie vede sparire la nuova fiamma in un’esilarante personalizzazione del melò (lui e lei si riavvicinano non per evoluzione sentimentale, ma per la morte dell’altro). La religione non dà risposte né capisce le domande: il pellegrinaggio dai rabbini, inevitabilmente, non ha sbocco, si perde in elucubrazioni varie, perché l’unica eventuale sapienza resta rigorosamente chiusa in auto-meditazione (il vecchio rabbino Marshak, inarrivabile custode dello scibile).

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