Le Menzogne della notte

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“[…] io, chi sono? – si chiede il Governatore – Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannucci d’un prestigiatore nemico? Se così è, niente è vero. Peggio: niente è, ogni fatto è uno zero che non può uscire da sé. Apocrifi noi tutti, ma apocrifo anche chi ci legge o raffrena, chi ci accozza o divide: metafisici niente, noi e lui, mischiati a vanvera da un recidivo disguido; nasi di carnevale su teschi colmi di buchi e d’assenza…”

Le Menzogne della notte, il terzo romanzo di Gesualdo Bufalino, è un romando pseudo-storico, che si affida al travestimento in costume per arginare, piegandola verso l’allegoria, la spiccata tendenza dell’autore alle analisi interiori, ad esplorare la dialettica dell’individuo di fronte a se stesso.  La cornice narrativa rappresenta  quattro congiurati, rei di aver attentato alla persona del sovrano, che aspettano di salire sul patibolo reclusi su uno scoglio remoto e desolato – siamo intorno alla metà dell’800 – , in una fortezza possente e sinistra retta dal governatore Consalvo De Ritis, carceriere implacabile e duro.

Nelle Menzogne si riscontra, come in altre opere di Bufalino, una predilezione per il teatrale, connessa ad una perplessità metafisica, all’ipotesi dell’inverosimiglianza e vanità del creato, con la conseguenza di disegnare dei personaggi i quali, più che agire, si offrono e s’inquisiscono come su un palcoscenico, un po’ trasognanti e un po’ ciarlatani, inclini all’indagine esistenziale o alle lusinghe della memoria e del sogno. La prosa e l’ambientazione non ambiscono alla ricostruzione realistica tipica dei romanzi ottocenteschi, ma il suo indiscutibile e vivido sapor d’epoca, risorgimentale e carbonaro, deriva da un intreccio di citazioni letterarie e di pubblicistica dell’epoca, una sorta di manierismo narrativo.

C’è inoltre, legato alla filigrana del testo, alla fitta rete, più o meno dissimulata, dei prestiti (da Platone a Pascal, da Leopardi a Manzoni, da Balzac a Stendhal),uno straniamento che attiene all’ambito stilistico: una sorta di arcaizzazione del linguaggio che lo indora e lo rende nobilmente inusuale. Ciò riguarda sia le scelte lessicali, per lo più tenute ad un livello elevato o raro, sia l’articolazione della sintassi.

Personalmente me ne sono innamorato fin dalle prime righe.

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