Moralità e bellezza delle fiabe nere

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Se c’è una cosa che i bambini non sopportano è che si faccia loro la morale. “(…) quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito, quando saranno pronti ad apprenderlo. E’ così che avviene ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto(…)”. E’ il 1813 e a parlare non è un pedagogo visionario dell’epoca, ma un filologo, Jacob Grimm, autore, con il fratello Wilhelm, della famosa raccolta di Fiabe, forse la più famosa al mondo, che in una lettera, immediatamente prima, si chiedeva: “Le fiabe per i bambini sono mai state davvero concepite per i bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro”. Con queste parole Jacob interveniva, a sostegno del fratello, in una discussione suscitata dalla pubblicazione della prima edizione del primo volume del loro Kinder und Hausmärchen, avvenuta nel 1812, seguita poi nel 1815 dal secondo volume.

Si criticava ai fratelli di avere inserito nello stesso libro racconti per ragazzi e racconti da focolare. Ma dove stavano i ragazzi se non intorno al focolare quando tutta la famiglia era riunita? E inoltre, insistevano gli autori, se nelle fiabe c’è una morale, questa nasce dalla forma artistica e non dai precetti  e i ragazzi erano perfettamente in grado di individuarla. In realtà, qualche problema se lo erano posto anche loro, i Grimm, perché dalla versione del 1812 a quella del 1857, considerata da tutti quella finale e, per paradosso, originale, di versioni ne sono seguite sette. Ma le ragioni che li portarono a riscrivere incessantemente le fiabe e a modificare la struttura della raccolta erano di natura filologica. Il loro intento era di restituire lo spirito del popolo tedesco, la tradizione originaria che i fratelli Grimm consideravano il collante di ogni popolo. “E’ lì che loro vogliono arrivare. Al momento in cui le parole nascono e dalle parole si formano le storie”, per dirla con Saverio Simonelli che fa uscire per Perrone editore Nel paese delle fiabe, un reportage attraverso i luoghi e le storie dei Grimm.

Ma più i fratelli limavano le storie e riordinavano la struttura della raccolta, più si allontanavo dalla versione originale, avvicinandosi, però, alla loro. E’ quindi straniante, ma filologicamente affascinante rileggere le fiabe in questa versione che Donzelli propone in occasione del bicentenario della prima pubblicazione, arricchita dalle tavole di Fabian Negrin, dal titolo Principessa pel di topo e altre 41 fiabe da scoprire, a cura di Jack Zipes, per la traduzione di Camilla Miglio.

Scopriamo così che l’incessante e vanesio interrogativo “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”, di disneyana memoria, che porta la Regina a desiderare la morte di quella che è ormai la più bella, non è, in origine, pronunciato dalla matrigna di Biancaneve, bensì dalla madre naturale. Così come la storia che da il titolo alla raccolta Principessa pel di topo, sarà espunta dal gruppo nelle successive edizioni perché risalente a una tradizione francese, e ancora, Raperonzolo e il principe, nella versione del 1812 “se la spassarono per un bel po’ ” prima di essere scoperti e separati, mentre in quella più recente lui chiede la giovane rinchiusa subito in moglie. “C’era una volta un re che aveva tre figlie. In cortile c’era un pozzo d’acqua chiara e limpida”, questo è l’incipit de Il principe ranocchio nella versione del 1812, ma in quella del 1857 fa: “Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c’era un re, le cui figlie eran tutte belle, ma la più giovane era così bella che persino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava…”.

Eccolo il tocco di Wilhelm, il “marchio Grimm” lo chiama Simonelli. Ragione e sentimento, Jacob e Wilhelm, per tutta la vita i due fratelli sono stati alla ricerca della sintesi tra filologia e poesia per raccontare le loro storie. E quella ricerca continua. Passano i secoli, cambiano i mezzi eppure le fiabe restano fatte di viaggi alla scoperta del mondo, per foreste profonde, oltre mari che sembrano impossibili da superare, passando attraverso paesi sconosciuti, ascoltando lingue ignote, per arrivare finalmente lì, dove si doveva arrivare. E’ lo stesso percorso che quasi duecento anni dopo compie la stella protagonista di Il viaggio di una stella. […]

I Grimm nella loro raccolta hanno mantenuto solo una costante: la raccolta inizia sempre con Il principe ranocchio (rivisto e corretto più volte) e finisce con La chiave d’oro e, almeno nella versione del 1812, con queste parole: “Provò e la chiave (che il protagonista ha rinvenuto misteriosamente) era proprio giusta, la girò una volta, e adesso ci tocca aspettare finché non l’avrà aperta del tutto. E un giorno sapremo pure cosa c’è dentro.” Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato dai due fratelli è che quando si trova la chiave che riapre lo scrigno, ecco, quello è solo l’inizio della storia e non la sua fine.

Emilia Zazza

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