Le bondosas

23 luglio 2013 § 9 commenti

Nella vita di ciascuno di noi c’è sempre una Vecchia Casa. La mia non esiste più. Per oltre cent’anni, le sue quattro pareti cieche hanno difeso dal freddo e dalla pioggia chi ci viveva. Difendere è un modo di dire, perché, alla fine, d’inverno l’acqua gelava negli orci e la pioggia stagnava sul pavimento di terra. Tra le tegole si vedevano le stelle e il chiaro di luna passeggiava per casa tutta la notte, silenzioso come una pacifica anima dell’altro mondo che avesse conservato un buon ricordo di questo.

La casa dunque non esiste più. L’ha demolita una storia di spartizioni e di odio fraterno, urlata davanti allo sgomento di un vecchio volto. Aveva ragione Gide quando esclamava “Famiglie, io vi odio!”. Il catechismo del rancore non ha mai avuto migliori catecumeni. Erano quattro palmi di terra povera, e furono disputati come se del mondo si trattasse. Carta bollata, leggi e avvocati sparsero sale sulla ferita, ed ecco una famiglia fatta  a pezzi, e ogni pezzo tra grida. Una storia come tante. Non vale la pena insistervi: ho già fin troppi motivi di pessimismo.

Davanti allo spazio prima occupato dalla casa, mi son reso conto che il tempo, a parte i guasti che opera su di noi, non ha molta importanza: l’esser vivi è già di per sé una vittoria. Ma la scomparsa della casa è grave. Se mi è lecito esprimermi così, direi che la casa aveva organizzato lo spazio in un certo modo, aveva disegnato un profilo particolare del cielo, aveva disposto i suoi volumi come elementi del paesaggio, era paesaggio. E ora lì c’era un’altra casa, ornata di mamorino dove la polvere troverà buon alloggio, con vasi appesi alle finestre perché i fiori, laboriosamente, cerchino di onorare la loro natura di piante.

Ho visto e sono passato oltre, e non mi sono neppure guardato indietro. Non avevo niente a che vedere con quel che c’era lì: una casa senza passato, che lo avrà, certo, ma che, ritagliato in un altro spazio, non sarà mio. È così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneo. Non c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere.

Più tardi, ho sentito il resoconto circostanziato della guerra famigliare. Già allora la commozione era svanita nell’abitudine recente di non aver più la Vecchia Casa: ho ascoltato serenamente la lamentevole storia, il gioco delle alleanze interessate, la rabula degli uomini di legge, la chiacchiera calunniosa, le dicerie di piazza. Una caso di ambizione senza grandezza, da cui non si ricava nulla, se non disprezzo e indifferenza.

Ma mi sono guadagnato la giornata. Perché ad un certo punto, quando il discorso è entrato nei particolari della demolizione mi hanno detto che erano arrivate le bondosas. Ho avuto un soprassalto: in una storia senza bontà, che c’entravano le bondosas? E chi erano, queste creature apparse all’ultimo momento a riconciliarmi con la specie umana? Non ci ho messo molto a capire: le bondosas non erano esseri viventi, ma i bulldozer che avevano abbattuto, in tre tempi, le sacre e centenarie pareti della Vecchia Casa, che avevo assunto come pretesto per liriche evocazioni.

Mi sono profondamente rallegrato. Quella gente, di fronte alla parola barbara, aveva dato un’aggiustatina alla fonetica e l’aveva adattata al gusto della lingua. Per i miei conterranei, quelle macchine potenti che con due scossoni buttano giù un muro, scavano fossati, spingono, livellano, aprono vie, sono le bondosas. Ho perso una casa vecchia, ma ho guadagnato una parola nuova. Non è stato un cattivo affare.

J. SaramagoDi questo mondo e degli altri

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