Le terre

25 luglio 2013 § Lascia un commento

Come un essere vivente, le città crescono a spese di quel che le circonda. Il grande alimento della città è la terra che, presa nella sua accezione immediata di superficie limitata, acquista il nome di terreno, sul quale, fatta questa operazione linguistica, diventa possibile costruire. E mentre noi andiamo a comprare il giornale, il terreno sparisce, e al suo posto sorge l’immobile.

Ci fu un’epoca in cui questa città cresceva lentamente. Qualche palazzo di periferia aveva il tempo di perdere il segno della novità prima che un altro venisse a fargli compagnia. E le strade davano direttamente sui campi, sui poderi abbandonati, dove pascolavano autentiche greggi di montoni, custodite da autentici pastori. Questo paese diverso, punteggiato di olivi nani, di fichi contorti, di rozzi muri in rovina e, di tanto in tanto, di solitari cancelli spalancati sul vuoto – erano le terre.

Le terre non si coltivavano. Davano, inerti, il loro addio alla fertilità, sopportavano qualche pausa intermedia tra la morte e l’inumazione. La loro grande vegetazione, il loro grande trionfo di flora, era il cardo. Se gli avessero dato spazio, il cardo avrebbe coperto di verde cenere il paesaggio. E dai piani più alti dei palazzi la vista era malinconica, uniforme, come se in tutto ciò vi fosse una grande ingiustizia e un vago rimorso.

Ma le terre erano anche il paradiso dei bambini suburbani, il luogo d’azione per eccellenza: li si facevano scoperte ed invenzioni, lì si tracciavano piani, lì l’umanità in calzoncini già si divideva, a imitazione degli adulti. E c’erano ragazzi immaginosi che davano nomi agli accidenti topografici, e altri, molto sensibili, che si intristivano quando, un giorno, rudi uomini silenziosi cominciavano a scavare buche nel posto dove era arso il falò rituale del gruppo, il fuoco attorno al quale si disponevano, in grave deliberazione, volti attenti e ginocchia scorticate. I gruppi avevano capi autoritari, piccoli tiranni che un giorno inesplicabilmente venivano destituiti, messi al bando, e andavano a cercar fortuna in altri gruppi, dove non riuscivano a mettere radici. Ma la grande disgrazia era quando un ragazzo cambiava quartiere. Il gruppo si cicatrizzava in fretta, il ragazzo invece, con l’animo pesante, percorreva chilometri per rivedere i suoi amici, i luoghi felici, e ogni volta era più difficile ricostruire l’antico vincolo, finché sopraggiungevano l’indifferenza e l’ostilità e il ragazzo scompariva definitivamente, forse aiutato da nuove amicizie e nuove terre.

Oggi la città cresce così in fretta che lascia dietro, irrimediabilmente, le infanzie. Quando il bambino si prepara a scoprire le terre, esse sono ormai lontane, ed è un’intera città che si interpone, aspra e minacciosa. I paradisi vanno allontanandosi sempre più. Addio, fraternità – ciascuno per sé.

Ma è destino degli uomini, a quel che sembra, opporsi alle forze dispersive che essi stessi mettono in movimento o che insorgono dentro di loro. La città si svuota dove prima era il suo nucleo, nel seme che dovrebbe essere la sua continuità. E allora ci si accorge che le terre sono dentro la città e che tutte le scoperte e le invenzioni sono ancora possibili. E che la fraternità rinasce. E che gli uomini, figli dei bambini che furono, ricominciano l’apprendistato dei nomi delle persone e dei luoghi e di nuovo risiedono attorno ad un falò, parlando del futuro e di quel che a tutti importa. Perché nessuno di loro muoia invano.

J. SaramagoDi questo mondo e degli altri

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