Vizi / Gola

Pastof

Forse i tempi sono giunti alla fine, il sole s’è stancato si sorgere, Cronos senza vittime da divorare nuore d’estenuazione, le età e le stagioni sono sconvolte. Forse la morte del tempo riguarda solo noi rispose Olivia, noi che ci sbraniamo facendo finta di non saperlo…

CalvinoSotto il sole del giaguaro

Quello della gola è certo il peccato più antico, se pensiamo che addirittura Adamo ed Eva furono banditi dal paradiso terrestre per essersene macchiati. Ammetto che l’interpretazione, o meglio le interpretazioni, comuni per la cacciata siano generalmente diverse, ma vediamo se questo pretesto quasi giocoso può farci arrivare da qualche parte.

Proviamo a considerare un po’ cosa sia in realtà il giardino dell’Eden: confrontando diverse mitologie mediterranee si scopre che paradiso corrisponde a giardino (“paraidaeza”, spazio recintato in persiano) e che giardino equivale a maternità. Per principi magico/religiosi di simpatia gli antichi non distinguevano la fertilità umana da quella del suolo e così l’associazione tra giardino e grembo materno ne conseguiva in maniera del tutto naturale.

Così i nostri Adamo ed Eva, i primi nati, anche se con statuto speciale, sono a tutti gli effetti dei bambini (neo-nati) che vengono al mondo (quello vero) dopo essere stati esclusi dal paradiso dell’infanzia. Già Fromm leggeva nel peccato originale una trasgressione fatalmente necessaria perché l’uomo progredisse da uno stato di innocenza psichica ad uno di maturità responsabile. Questa è la retta via, il percorso “sano” che l’essere umano incontra durante il suo sviluppo. In questo contesto si insinua il vizio, che etimologicamente contiene il concetto di “deviare dalla retta via”. Deviare è oltrepassare il limite, ovvero, eccedere, e questo è il significato autentico della Gola, non certo (o non solo) mangiare troppo, ma fare le cose oltre la soddisfazione, continuare più del necessario.

Torniamo al nostro neonato. Alla nascita ognuno dipende interamente dalla madre per la propria sopravvivenza, in particolare per soddisfare i propri bisogni di nutrimento. Il bambino si nutre, esprime la sua aggressività, conosce il mondo tramite la bocca: è la fase orale. In questo momento la sua identità non è ancora sviluppata, egli vive in uno stato di fusione con la madre. Alcuni non crescono mai, continueranno a vivere il cibo come un mezzo per autodefinirsi, negando questa dipendenza, fino all’anoressia o alla bulimia. Il gioco qui è speculare, la paura è quella di essere divorati, ovvero tornare, simbolicamente, allo stato indifferenziato prenatale, nella pancia della madre. Altri cercheranno invece quella stessa sicurezza continuando a mangiare avidamente fino all’obesità. Se durante l’infanzia la fonte di nutrimento non ha dato abbastanza sicurezze il bambino crescerà nell’ansia e non ne avrà mai abbastanza, diventerà un divoratore. E l’abuso può riguardare ogni cosa: tabacco, alcool, sostanze, ma spesso le vittime saranno le persone. Come vampiri assetati  di vita costoro cercheranno affetto, appoggio, aiuto, senza averne mai abbastanza e arrivando talvolta a fagocitare l’altro. E allora l’allegoria del maiale che ingrassa fino ad esplodere non è forse la ricerca disperata di riuscire a nascere davvero, dal proprio ventre, con sofferenza?

Ecco cosa si nasconde nella parte oscura di questo vizio apparentemente così festoso e conviviale: mangiare fino all’autodistruzione. O cibarsi degli altri commensali. E così si passa dalla dimensione interiore a quella sociale; per un ironico ribaltamento dei ruoli dietro la società opulenta del progresso si celano dei voraci cannibali che sbranano i poveri del mondo. E purtroppo sembra davvero che nell’estasi del banchetto i convitati perdano la ragione, ciechi ai problemi dell’umanità  e del pianeta ci ingozziamo pensando solo alla nostra soddisfazione, non curandoci dell’oscura profezia con cui già nel secolo scorso ci ammoniva Piede di Corvo: “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”.

Matteo

Qui l’editoriale introduttivo

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