Nessun oggetto ci tocca così da vicino come un giocattolo

Quale scrittore non ha sognato, più o meno consapevolmente, di scrivere un libro sui giocattoli? Sandra Petrignani lo ha sognato e lo ha scritto. “Il catalogo dei giocattoli. Storia di un’infanzia” lo pubblicò per la prima volta nel 1986 e ora ricompare per Beat edizioni con la stessa nota introduttiva di Giorgio Manganelli e un’altra esclusiva dell’autrice, scritta ora, dopo anni e anni.

Fra le cose che rendono magnetico questo piccolo libro, questa tascabile enciclopedia di minimi universi perduti, c’è la vertigine temporale. Per ogni lettore adulto l’infanzia è laggiù, sempre presente e sempre irraggiungibile, forse dimenticata mai cancellata. Come spiega la Petrignani, queste pagine furono scritte quando suo figlio Guido era piccolo, quasi trent’anni fa: e quando si hanno figli piccoli si riscopre la propria infanzia. Ora di anni ne sono passati molti, quel figlio potrebbe avere a sua volta dei figli e la vertigine temporale, così, aumenta.

Io che ora leggo questo libro per la prima volta ho quasi dieci anni in più dell’autrice e questi numeri aggiungono vertigine a vertigine. Il tempo perduto viene ritrovato, poi di nuovo perduto, poi ancora ritrovato e si ha l’impressione (come dice Proust) di camminare vacillanti su gambe che si allungano con il tempo come trampoli più alti dei campanili, mentre l’infanzia e i suoi giocattoli giacciono su quel fondo remoto, infanzia neppure più nostra, ma chissà di chi: infanzia in sé. I vecchi giocattoli, tutti i giocattoli, vittime ormai dello sterminio informatico, si sono trasferiti, icone migranti, in un supercielo platonico o nelle vetrinette e teche dei musei dell’infanzia.

Quando questo libro venne scritto l’atmosfera era propizia. Gli autori più letti, ruminati, idolatrati erano Walter Benjamin, che di infanzia se ne intendeva, e Italo Calvino, adulto a disagio perché legato con mille fili all’infanzia-adolescenza.

Benjamin aveva descritto la sua infanzia berlinese, era autore di un saggio programmatico per un “teatro proletario di bambini”, aveva scritto sugli abbecedari, le filastrocche, i libri per ragazzi, la scuola e, appunto, i giocattoli, ricordando che, almeno prima del 1940, “tra gli europei forse soltanto i tedeschi e i russi hanno il genio del giocattolo” (una raccolta di questi saggi è stata pubblicata l’anno scorso dall’editore Cortina, a cura di Francesco Cappa e Martino Negri).

Di Italo Calvino tutti sanno che curò negli anni Cinquanta la famosa raccolta delle “Fiabe italiane”, che tutta la sua narrativa deve molto alla fiaba, che i suoi personaggi più riusciti sono bambini o ragazzini e che infine, con le sue “Città invisibili” e “Palomar”, si è dedicato a catalogare, a collezionare descrizioni-giocattolo, cronache dell’esplorazione di un mondo reso fantastico dall’esplodere della totalità di senso che lo teneva insieme.

Ho l’impressione che Sandra Petrignani, per il suo catalogo dei giocattoli, abbia ricevuto ispirazione da questi autori, oltre che dalle sue esperienze personali. La descrizione dei singoli giocattoli è un genere o sottogenere letterario particolare  e assai promettente. È una forma di rimemorazione che evita aloni e atmosfere sentimentali e disloca sull’oggetto da descrivere e da interpretare quelle che sarebbero delle memorie infantili pericolosamente intrattabili. Questo stile ha una sua deliziosa doppiezza poiché sovrappone stili che sarebbero tra i meno conciliabili: lo stile del saggio che interpreta, quello della fiaba che racconta e quello enciclopedico che definisce. Così chi legge può accomodarsi a godere contemporaneamente dei piaceri offerti da ben tre tecniche di allontanamento. Fiaba, saggio e catalogo tengono il lettore a giudiziosa distanza di sicurezza dal loro oggetto. Ma a questo punto ci si accorge che a forza di allontanarsi e stare al sicuro si finisce per raggiungere invece una perturbante prossimità. E questo è uno scherzo, è una magia che forse solo i vecchi giocattoli riescono a realizzare.

Nessun oggetto remoto ci tocca così da vicino come un giocattolo. Delizia e strazio sono dovuti al fatto che l’adulto si trova all’improvviso a riscoprirsi bambino: un bambino che è ancora in lui eppure è “trapassato” in quell’aldilà nel quale gli attuali bambini vivono tuttora, proprio ora. Lo choc è nell’essere costretti a riconoscere che due realtà nettamente distinte eppure comunicanti, quella infantile e quella adulta, coesistono, sono simultanee: essendo l’una l’aldilà dell’altra.

Vedo che con queste elucubrazioni mi sono allontanato dal libro della Petrignani. Me ne sarò davvero allontanato? No, ho solo costruito a mio uso una lente per leggerlo meglio. Eppure la lente c’era già, era la scrittura del libro. Ogni volta che leggo e rileggo ogni singola pagina mi fermo incantato e confuso, come se fossi ancora li bambino che non sono e non sarò più.

Alfonso Berardinelli (da il foglio di ieri)

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