Una lett(erat)ura inattuale

Trionfa l’impegno, in forma del culto brutale del fatto compiuto, della cronaca più letta. E’ il momento di leggere altre storie, povere di grandi eventi e refrattarie alla teatralità tanto da apparire oggi quasi scandalose

Canestra_di_frutta_(Caravaggio)

Michelangelo Merisi da CaravaggioCanestra di Frutta – 1599, Pinacoteca Ambrosiana, Milano.

di Matteo Marchesini

Nell’ultimo decennio, i registratori ufficiali dello Spirito del Tempo ci ricordano con insistenza che la Storia, già data per spacciata da alcuni guru della troppo placida  fine ‘900 occidentale, ha ricominciato a mettersi bellicosamente in moto. I Grandi Fatti e Traumi Collettivi si vendicano  con clamore di un secolo in cui analisti e microstorici li hanno snobbati, interpretando le epoche attraverso minuziose ricerche sui dettagli materiali e suggestive indagini sulle vicende biografiche più oscure.

A dire il vero, come ha osservato Mario Perniola, la nuova ipnosi da Evento (attentati, guerre, rivoluzioni, hollywoodizzazione delle trame politiche) ha qualcosa di ambiguo. Gli avvenimenti monumentali, già da decenni, sfuggono alle categorie della Storia moderna, perché si presentano immediatamente nella forma di choc mediatici. Tuttavia, molti intellettuali meno cauti registrano l’odierna conflittualità planetaria come un drammatico ma in fondo rassicurante segno del fatto che il mondo è tornato concreto, solido, interpretabile. Col compiacimento sinistro di chi s’interessa alle tragedie soprattutto se sono sfruttabili come metafore culturali, alcuni di questi intellettuali vedono nelle cronache sanguinose del XXI secolo un’ottima occasione per prendersi la rivincita sui frivoli nichilismi postmoderni. Finalmente, ci dicono, nelle fiction come in filosofia torna il Realismo.

Ma di quale Realtà si parla? Il realismo moderno era legato alle filosofie della storia, mentre ora degli storicismi resta solo l’acqua sporca: nessuna complessità dialettica, nessuna tensione fra riconoscimento dei dati strutturali e spinte utopiche. Oggi trionfa il culto brutale del fatto compiuto, il lineare storicismo al minuto imposto dalla cronaca: uno storicismo che gerarchizza i fatti secondo le grandi esigenze dei mezzi di comunicazione, schiacciando ogni mediazione critica e trasmettendo direttamente le sue priorità – cioè le scelte su ciò che è reale – ad una produzione accademico editoriale ogni giorno più docile. Così gli intellettuali inseguono pavlovianamente la cronaca più letta, e ne offrono nelle loro opere una rimasticatura che ne trucca appena i luoghi comuni con un po’ di lirismo o di gergo filosofico. È questa acquiescenza che viene identificata  col Realismo, con l’Impegno. Con tattiche sofisticate o naif, innumerevoli autori s’ingegnano a inventare storie o saggi dove la vita dei personaggi o la riflessione teorica sono appiccicate volontaristicamente agli emblemi dell’11 settembre o del G8 di Genova, ai sociologismi su migranti o mafie, ai quadri pittoreschi su droga o classe operaia.

Oggi la realtà è questa: e a ritrarla sono pamphlet degradati a pomposi e truculenti editoriali, o romanzi degradati a sceneggiati. In questi anni savianeschi, “reale” è per le nostre starlette intellettuali un’epica stereotipata e fumettistica. “Reali” sono le cosche e le magliane descritte secondo i canoni di un nauseabondo populismo estetizzante. “Reale” è una retorica sfacciatamente manichea sulla corruzione politica. “Reale” è il modo in cui i nostri engagé riducono una società complessa a un’Italietta da “signora mia”, fingendo di non essere parte del potere contro cui protestano, e di non essere complici di quella volgarizzazione “berlusconiana” che è la stessa leggibile nei loro testi, pubblicizzati con fascette “civili” il cui stile, fino a pochi anni fa, sarebbe stato adatto appena a prodotti di genere rosa o nero o fantasy di serie Z.

La deriva non riguarda solo gli autori delle ultime generazioni. Come al solito, non mancano i vecchi che farebbero di tutto pur di mettere il loro cappello sulle mode recenti. […] Molte voci influenti tornano a ricattarci con il mito della Storia Attuale. E ci lasciano capire che se non prendiamo di petto ciò di cui tutti parlano, siamo irrilevanti; come irrilevante è la nostra esistenza di ogni giorno, quasi sempre così povera di Grandi Fatti e piena invece di accadimenti o violenze più sfuggenti e difficili da rappresentare. […] I sostenitori del nuovo pseudo realismo dimenticano che la fiducia in una somiglianza tra Storia e vita individuale, quella fiducia che nell’Ottocento permetteva di intrecciare dialetticamente i due piani, si è rotta da un secolo; e i tentativi odierni di incollare i pezzi sono nove volte su dieci il frutto di un’industria culturale che o propone forme d’intrattenimento pretenzioso o tenta di legittimare il kitsch attraverso “l’impegno”.

Continua (parte 1 di 2)

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11 Replies to “Una lett(erat)ura inattuale”

    1. Sicuramente. I classici dicono sempre qualcosa di nuovo. Ma la critica sopra riportata muove da una vena esistenzialistica (come capirai se leggerai le altre due parti che pubblicherò). Metaforicamente, basta con la teatralità e deliri di onnipotenza che non nascondo altro che vaneggiamenti frivoli. Tornare al mimo.
      Ciao

      1. Una deduzione dall’articolo più il commento di “insenseofyou” più successiva tua replica, ho omesso soggetto “io sono”, in quanto percezione della realtá dal passato al presente e in proiezione futura (il nuovo, si spera). Grazie per lo spunto 🙂

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