Una lett(erat)ura inattuale p. 2

20 gennaio 2014 § Lascia un commento

Cassola

Qui la prima parte

di Matteo Marchesini

Questa idea della realtà denuncia la più completa irrealtà dell’esperienza. Chi la propone, infatti, accetta un punto di vista che aliena le persona dalla loro vita quotidiana e le fa sentire frustrate e “irreali” se non partecipano in presa diretta a un dibattito planetario sommamente e grottescamente generico. È un dibattito in cui si finge di dominare fenomeni che non si dominano affatto; un dibattito che sancisce il trionfo della pura comunicazione e della pura immagine di cui parla Perniola su ogni forma d’azione e di pensiero a misura d’uomo.

Sia chiaro: non è che i Grandi Fatti non ci riguardino. Ma il nostro rapporto con il loro svolgersi non somiglia affatto alla meccanica azione-reazione da cartoon che questi ideologi descrivono. Anzi, se c’è un terreno da indagare è proprio la palude informe che si estende tra questi Fatti e la apparente estraneità o impotenza a cui ci condannano, tra la loro grandezza e la riduzione del nostro spazio di intervento (in questo senso, anche nella più vivace letteratura anglosassone, più degli affreschi à la De Lillo in cui Biografia e Storia s’incontrano senza mediazioni, convince un libro come “Sabato” di McEwan, che mostra come l’occidente impegnato a dichiarar guerre mediorientali e la routine di un borghese londinese siano immerse in un’unica atmosfera di allarme, ma pure come le due situazioni, la “pubblica” e la “privata”, risultino divise da una sostanziale, dolorosa incommensurabilità).

Nel clima descritto, non è certo un caso che alcuni dignitosi narratori della grigia quotidianità “senza Eventi” – che non sono per forza narratori compiaciutamente minimalisti – si parli sempre meno. Pensiamo, ad esempio, a Claudio Piersanti, dalla cui sobria officina sono usciti almeno tre libri notevoli della nostra narrativa di fine Novecento: “L’amore degli adulti”, “Luisa e il silenzio” e “L’appeso”. Piersanti è debitore della lezione di Romano Bilenchi e Carlo Cassola: due autori a loro volta significativamente assenti dalla odierne discussioni sulle eredità letterarie. Ma per quel che riguarda Cassola, c’è una buona novità: con le cure di Alba Andreini, Mondadori sta ristampando i suoi libri negli Oscar.

E per le ragioni elencate, leggerli può essere utile, o perfino un po’ liberatorio. Di sicuro, ci ricordano l’esistenza di una letteratura che nella sua nuda, estremistica monotonia appare oggi quasi scandalosa. Le pagine cassoliniane, impermeabili agli effettacci e alla fumetizzazione dei Grandi Eventi, offrono un ottimo antidoto all’enfasi grandguignolesca del XXI secolo: che è poi erede, nonostante le apparenze meno sofisticate, di quella con cui il Gruppo ’63 liquidò l’autore della “Ragazza di bube” per occupare i piani alti del nostro primo sistema editoriale neocapitalistico. Proprio in queste settimane, Mondadori ripropone il libro che contiene in nuce tutti i principali tratti della poetica di Cassola. È “La visita”, la raccolta d’esordio di inizio anni Quaranta, ripresentata nella versione accresciuta del ’62 con cui lo scrittore, all’apice del suo successo di romanziere, diede una sistemazione definitiva ai suoi racconti brevi. Qui sono le origini di quella tranquilla, cocciuta radicalità di sguardo che caratterizza la maggiori opere cassoliniane.

Come è noto, Cassola si concentra sul “tempo vuoto” dell’esistenza, nel quale, proprio perché in apparenza nulla accade,accade tutto: cioè tutto ciò che è essenziale alla “vita”, una volta che sia stata spogliata dalle costruzioni romanzesche, dalle analisi sociologiche e perfino introspettive che il narratore ritiene falsanti, estrinseche, innaturali.

 Fine (parte 2 di 2)

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