Growing

16 luglio 2014 § 10 commenti

Questo post è una risposta a quello di Dorotea. L’articolo è una rielaborazione di un pezzo introduttivo che avevo scritto in occasione di una serie di riflessioni che dovevano toccare alcune pratiche ecosostenibili (car pooling, car sharing, bike sharing, bioedilizia), che però non videro mai la luce. Magari questa potrebbe essere l’occasione per rimetter mano alla cosa. Ogni incontro è sempre una sorpresa e magari il pezzo mancante di un puzzle (infatti l’idea era affiancare alcune linee teoriche ad esperienze concrete).

Sviluppo e crescita economica portano maggior benessere. Questa equazione ci è molto famigliare, anzi oserei dire sacrosanta, così scontata che non ci sembra valga la pena discuterla. Per stare meglio e creare più benessere bisogna produrre di più, lavorare di più, vendere e consumare di più. Questo breve scritto vuole provare a ragionare su tali concetti e su tali evidenze per tentare almeno di renderli più problematici di quelli che appaiono a prima vista. La nostra argomentazione parte da due chiavi di lettura principali che sono la logica e il territorio, senza voler assumere le tinte fosche e i toni apocalittici come spesso succede quando si parla di questi temi.

Anzitutto quando si parla di sviluppo si usa un termine proprio dell’economia, termine che essa ha mutuato, all’inizio del XX secolo, dalla biologia e di cui si è servita per spiegare la struttura economica e i suoi cambiamenti, paragonandoli a quelli di un organismo naturale. Sfortunatamente un organismo alla fine del suo ciclo di vita declina e muore, cosa che gli economisti si sono ben guardati da riportare, cercando di perpetuare la crescita all’infinito. Di nuovo però la sorte non gli ha aiutati, infatti la terra ha una disponibilità di risorse limitate e sta venendo messa a dura prova da uno sfruttamento illimitato. Se si fossero rivolti anche alla fisica, oltre che alla biologia, avrebbero scoperto che, in base al secondo principio della termodinamica, un processo produttivo non è mai un circuito chiuso, ma disperde oltre che a calore, una certa quantità di rifiuti che sono solo parzialmente riutilizzabili. Altra contraddizione che colpisce questo concetto è che la crescita si prefigge lo scopo di creare ricchezza e benessere per una determinata comunità di persone, per misurare la quale si usa tutt’oggi un indicatore, il prodotto interno lordo (pil), che presenta però notevoli inconvenienti. Essendo infatti un indicatore economico tende a misurare questo benessere in termini esclusivamente economici, senza considerarne altri aspetti che risultano ugualmente importanti, operando così un riduzionismo. Per fare un esempio concreto, se in un anno ci sono 1000 incidenti stradali, il pil registrerà un aumento in termine di nuove automobili vendute, spese sanitarie e via dicendo, non tenendo in nessun conto però i morti e i danni all’ambiente che la comunità in questione ha dovuto sostenere. Naturalmente la scienza economica ha cercato di porre rimedio a questi inconvenienti introducendo il termine di esternalità negativa, appunto per conteggiare questi costi ambientali ed umani che in principio non venivano considerati, come invece il capitale e il lavoro. Questo rappresenta un piccolo miglioramento, che insieme ad una nuova consapevolezza e sensibilità verso l’ambiente può fare da volano per una nuova politica più attenta alle esigenze del territorio. Quindi occorre ripensare al concetto di sviluppo, basato non più sulla quantità, ma sulla qualità, e su una nuova consapevolezza fondata non solo su criteri esclusivamente economici, ma che attraverso la rivalutazione degli spazi, il riutilizzo delle risorse disponibili, la redistribuzione di opportunità, e il riciclo dei rifiuti (non solo materiali), operi in un’ottica di maggiore vivibilità e minor spreco e consumo di beni.

Veniamo ora alla seconda chiave di lettura di questo breve scritto in modo da creare una connessione tra questo ragionamento logico e la realtà concreta. Quando si parla di territorio alla maggior parte di noi viene in mente un determinato spazio fisico e naturale su cui vive una determinata comunità con una propria storia e cultura. Questo concetto però non esaurisce completamente il significato del termine territorio, ragion per cui si tenterà di proporne uno di carattere relazionale. Il territorio comincia ad esistere quando qualcuno crea dei confini di qualche tipo, utilizzando qualche tecnologia per il tracciamento, con in mente qualche suo fine. Questo rapporto mezzi-fini inerente al territorio potremmo chiamarlo funzione. La prima funzione del territorio è quella di creare una discontinuità radicale tra interno ed esterno. Si potrebbe anche dire che si tratta di una funzione di esclusione: territorio infatti viene da těrrere, cioè ‘spaventare, tener fuori, e l’immagine più intuitiva del territorio è quella del territorio di difesa. Ma il territorio non equivale a un messaggio di esclusione; al contrario, esso è in grado di gestire molto bene anche l’inclusione dei soggetti. Più precisamente allora, possiamo dire che il territorio è un dispositivo che definisce forme di relazione sociale in modo inscritto e naturalizzato, sulla base di una fondamentale richiesta di consenso. Il territorio è una forma di relazione tra persone che può essere, ma anche non essere, inscritta in uno spazio fisico.

In base a questo ragionamento il criterio che oggi sembra caratterizzare l’organizzazione territoriale è il modello omologante del consumo, sostanzialmente uguale a se stesso ovunque, come fabbriche e villette, attorno ai centri commerciali come prevalenti scambiatori sociali tra “clienti”. Le ipotesi di valorizzazione territoriale, invece, tendono ad introdurre elementi di un altro scenario di città/territorio come rete di luoghi e servizi che mettono in relazione le varie realtà locali e i bisogni sociali (asili, scuole, attività ricreative) delle comunità residenti. Diventano allora di primaria importanza le politiche di difesa degli spazi aperti come materiale possibilità di questo scambio equilibrato tra valori ambientali e valori insediativi, come centri storici, piazze, strutture civili come luogo di scambio sociale tra “abitanti”. Quindi l’alternativa della sostenibilità o insostenibilità dello sviluppo si ripropone come alternativa tra la capacità di riproduzione del valore territoriale od il puro consumo di questo valore considerato come risorsa da sfruttare.

§ 10 risposte a Growing

  • Parafrasando un passo del mio libro di Diritto Civile, più diritto nell’ economia a non solo più economia nel diritto, laddove” diritto” sta anche per tutela di persone, salute, ambiente e tutti i valori (soprattutto) non suscettibili di valutazione economica ma tanto fondamentali che nemmeno quest’ultima potrebbe farne a lungo a meno.
    Bellissimo post.

  • sherazade scrive:

    Articolo molto interessante pieno di spunti. Purtroppo il mio tempo e tiranno e vorrei intervenire in modo articolato e nn posso.
    sheraddopospero

  • venereisterica scrive:

    Concordo con la tua analisi. La qualità della vita non sempre è la somma dei propri consumi e dei propri guadagni. Penso che oggi ci sia la necessità di riscoprire un nuovo umanesimo in tutti gli aspetti della vita e della società. Il consumo scriteriato di risorse non può essere una soluzione tollerabile anche qualora le stesse fossero illimitate. E’ tempo di ridefinire una nuova mappa di valori alternativa a quella dominante.

  • tramedipensieri scrive:

    Non ha senso questo consumare, lavorare, consumare e lavorare…tutto sotto l’insegna del guadagnare di più…

    Ogni giorni perdiamo noi stessi, ogni giorno tante persone si perdono. L’economia divide, il cartello delle banche scrive “Consumatori” e ci tratta come tali nonostante campino con i soldi di milioni di persone che vi mettono i propri risparmi.

    Ma dove vanno, come li investono i nostri risparmi?
    Lo sappiamo?

    Siamo sempre più spremuti, questa è la verità e ogni giorno diventiamo sempre più brutti, tristi, melanconici. Sono in aumento, oltre a gravissime patologie, gli stati depressivi e di ansia; panico e malattie neurologiche….

    In fondo agli uomini basterebbe il minimo per i propri bisogni il resto per Vivere la vita in modo sano e completo…e perchè no, anche felice _possibilmente_

  • newwhitebear scrive:

    Ottimo e interessante post. Credo che il principio fisico dell’entropia, dove apparentemente si manifesta una crescita continua dell’unioverso, rappresenti bene la nostra crescita economica e il suo corollario benessere. In realtà, come hai scritto con chiarezza, non è esattamente così. La crescita richiede un surplus di energia, che diminuisce l’entropia globlae e di fatto penalizza la crescita. Così anche in economia l’espansione richiede la distruzione di risorse non più recuperabili e di fatto rallenta la crescita economica fino al punto critico dello zero, dello stallo.
    Quello che hanno sempre tentato di propinarci è che lavorando di più, si produce di più, aumenta il benessere. Un’equazione falsa, perché questo comporta la distruzione di qualcosa a fronte di risorse finite. Ancora l’aumento di produzione deve essere smatito attraverso le vendite che di fatto producono rifiuti da smaltire e saturano il mercato.economico. Un vicolo cieco dal quale qualcuno vuole uscire usando soggetti più deboli da sacrificare.
    Come procedere o come fare? La ricetta ideale non esiste, come non esiste la bacchetta magica che risolve tutti i problemi.

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