Il Partito della velocità

18 luglio 2014 § 3 commenti

“Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora la nostra sfida alle stelle!…”. Con questa frase si concludeva il manifesta del futurismo scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 come editoriale sul quotidiano di Parigi “Le Figaro”. Nasceva cos’ un nuovo movimento di avanguardia, che inaugurava, con il programma lanciato attraverso un manifesto, un nuovo stile di intervento degli artisti nella vita pubblica. Altri manifesti furono pubblicati negli anni successivi dai futuristi, che si proposero subito di estendere la loro azione di rinnovamento oltre il campo dell’arte per investire ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Insieme ai manifesti, alle mostre d’arte e alla pubblicazione di opuscoli, riviste e libri che nell’estetica, nella composizione e nella grafica esprimevano il nuovo stile futurista, per propagandare le loro idee i futuristi inscenarono nella principali città d’Italia, nei teatri, “le serate futuriste”, dove all’esibizione delle loro idee e delle loro creazioni artistiche, giudicate stravaganti e scandalose, spesso accolte con fischi ed insulti, seguivano scontri violenti con il pubblico. […]

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Fece così irruzione, nell’epoca bella della modernità trionfante, che si svolgeva all’insegna della ragione e della rispettabilità, un movimento artistico che praticava con l’azione la ribellione contro l’ottimismo e il moralismo convenzionale dell’Europa liberale inneggiando alla guerra e alla rivoluzione. Prima del futurismo, in Europa, centro della civiltà mondiale, altri gruppi di intellettuali, di poeti, di scrittori, di artisti si erano ribellati contro la cultura e l’arte dominanti: dal romanticismo al decadentismo, dall’impressionismo al simbolismo, la cultura Europa dell’Ottocento era stata il campo di battaglia di una guerra secolare fra il vecchio e il nuovo, fra la libertà creativa e la disciplina accademica, fra l’affermazione della personalità individuale e l’imposizione delle regole sociali.

La novità più originale del futurismo, nei confronti degli altri movimenti artistici di innovazione in lotta contro l’egemonia della tradizione, era il suo radicale, integrale, viscerale, aggressivo rifiuto del passato nella sua totalità, e, nello stesso tempo, l’ambizione di conferire alla propria azione rivoluzionaria una dimensione totale, mirante a trasformare l’essenza stessa dell’essere umano, proiettandolo in un nuovo mondo e in una nuova epoca, dove spazio e tempo sarebbero stati aboliti dall’energia della velocità. “Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creato l’eterna velocità onnipresente”.

Il futurismo era il primo movimento artistico del Novecento che proponeva una rivoluzione antropologica per creare l’uomo nuovo della modernità, identificata con il trionfo della macchina e della tecnica, le possenti forze nuove sprigionate dal potere creativo dell’uomo, destinate a cambiare radicalmente l’uomo stesso, fino a generare una sorta di antropoide meccanico, essere disumano e sovrumano insieme, partorito dalla simbiosi fra l’uomo e la macchina, L’uomo nuovo vagheggiato dal futurismo era una creatura primordiale, animata da istinti violenti di conquista e di dominio, avidamente disposta a vivere nuove esperienze, a sperimentare nuove forme di cultura, di arte e di poesia, a dominare la natura trasformandola incessantemente, e trasformando con essa l’essere umano. L’uomo futurista doveva essere in perpetua lotta con sé stesso e con i proprio simili per non rimanere imprigionato nel tempo e nello spazio di un presente assoggettato al passato, e distruggere ogni convenzione consacrata dall’autorità della tradizione, perennemente proteso al superamento di sé stesso, alla continua ricerca della novità nel futuro […]

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Cominciò con la Grande Guerra la stagione del futurismo politico, l’unico, fra i movimenti di avanguardia del Novecento, a dar vita ad un partito politico che nutriva l’ambizione di essere l’artefice di una rivoluzione italiana per creare, in una nuova Italia futurista, il laboratorio dove attuare una rivoluzione antropologica mirante alla creazione dell’italiano nuovo. Forse non sono pochi, ancora oggi, coloro i quali considerano la politica del futurismo una deviazione del cammino dell’arte, fatta per errore, illusione, opportunismo o comunque per motivi che non appartenevano alla natura estetica del movimento. Non sembra possibile spiegare altrimenti l’esaltazione del nazionalismo, la glorificazione della guerra e l’adesione al fascismo da parte di un’avanguardia artistica, ormai unanimemente celebrata come uno dei movimenti rivoluzionari fondatori dell’arte moderna.

La condanna irrevocabile delle idee e delle gesta politiche futuriste appare attenuata, nel giudizio di alcuni studiosi, soltanto dalla valorizzazione di elementi anarchici e persino bolscevichi, presenti fra gli artisti futuristi, oppure attraverso una scrupolosa rilevazione delle differenze e dei contrasti tra futurismo e fascismo: per concludere, in entrambi i casi, con una retroattiva assoluzione del futurismo per il suo coinvolgimento nell’esperienza fascista, motivandolo con l’ingenuità politica di Marinetti e degli artisti futuristi o con la sostanziale estraneità del futurismo, in quanto movimento essenzialmente artistico rivoluzionario, rispetto alla politica reazionaria e totalitaria del fascismo. Un modo più sofisticato per banalizzare il problema della politica futurista è considerarla nulla di più che uno dei tanti espedienti propagandistici escogitati dal fondatore del movimento per dare maggiore pubblicità alle idee estetiche e agli assalti culturali contro la tradizione e il costume borghese. La politica futurista non sarebbe quindi da prendere sul serio come problema politico.

Una soluzione del genere potrebbe reclamare il conforto di una conferma competente: quella delle autorità pubbliche che sorvegliavano le manifestazioni futuriste. Il prefetto di Milano, il 17 maggio 1910, così definiva il fondatore del futurismo, commentando un tentativo di manifestazione contro l’Austria da parte di “alcuni adolescenti”: “Il Marinetti è quel tale poeta futurista, squilibrato, che già tentò, alcuni mesi or sono, una dimostrazione anti-austriaca al teatro lirico quasi per far dimenticare al pubblico il fiasco solenne che precedentemente in quella sera stessa e in quello stesso teatro avevano fatto le poesie declamate da lui e dai suoi accoliti. Ieri sera egli continuò nello stesso sistema approfittando del momento di onda patriottica che i triestini aveva sollevato in Milano”.

Il giudizio delle autorità sui futuristi in politica non mutò durante le giornate della compagna interventista. Le manifestazioni inscenate da Marinetti e dai futuristi, scriveva il prefetto di Milano al ministro dell’Interno il 16 settembre 1914, costituivano un “fatto che per sé stesso meriterebbe neppure di essere riferito”: “Questi futuristi, V.E. lo sa, nemici delle arti, dei musei, delle accademie, degli istituti di cultura, della musica classica, di tutto ciò infine che essi considerano convenzionale sono veri esaltati i quali senza essere politicamente affatto rivoluzionari o repubblicani amano il rumore e il disordine, perciò odiano la tranquillità e la pace che chiamano indegne dell’uomo moderno. Ripetute volte qui a Milano e in altre città italiane si sono compiaciuti di disturbare rumorosamente conferenze scientifiche, spettacoli teatrali e sempre ebbero la peggio, perché ovunque coi fischi e altri mezzi più persuasivi il pubblico li fece tacere cacciandoli da ogni luogo e anche ieri sera in Galleria il pubblico milanese diede prove molto palesi della sua avversione per essi”.

Emilio Gentile

§ 3 risposte a Il Partito della velocità

  • lois scrive:

    C’è da aggiungere che la vocazione interventista dei futuristi falcidió la loro stessa vita. Molti militanti artisti (a partire da Boccioni) perirono proprio nella Grande Guerra perseguendo quel loro obiettivo e concludendo quella stagione breve ma intensa che ebbe al pari delle altre avanguardie, un respiro ampio ed universale. Dopo la guerra ci furono ancora stralci di futurismo, ma la vena creativa e costruttiva era ormai stata travolta dalla drammaticità degli scontri.

  • […] Il Futurismo (di Emilio Gentile) […]

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