27 gennaio 2015 § 9 commenti

Come già scritto in precedenza, nel tentativo di tracciare una linea di pensiero non banale sull’oggi,  linkerò o scriverò articoli che trovo interessanti sull’argomento. Buona lettura.

“Possiamo definire “crisi” il fossato che si scava tra spazio d’esperienza e orizzonte di aspettativa” – Revault d’Allones

Come per ogni altro prodotto linguistico, anche agli slogan, si sa, è concessa vita breve. Destinati a scomparire tra le pieghe dei discorsi che la società spettacolare incessantemente produce, il carico di speranza o d’inquietudine che essi disseminano per la strada si trova presto costretto a privilegiare altre formule per poter persistere. E tuttavia, benché cancellati, contraffatti o semplicemente abbandonati, gli slogan riescono ancora a riservare sorprese a chiunque voglia ripercorrerne variazioni e metamorfosi, accorgendosi in tal modo che la maniera in cui essi si oppongono e si fronteggiano nulla ha da spartire con un avvicendarsi pacifico e cronologicamente scandito.

Basterebbe, ad esempio, accostare il motto riportato dalla copertina di un celebre singolo dei The Clash, “The future is unwritten“, alla firma “Start from zero” con cui l’omonimo collettivo di Hong Kong segna i muri della propria città, per accorgersi di come sia pressoché impossibile quantificare in anni, persino in decenni, la distanza che li separa. È come se una frattura incolmabile si fosse insinuata tra queste due modalità di pensare il tempo, sostituendo, alla combattiva speranza del gruppo londinese, la percezione di un futuro inchiodato ai passi frenetici e agitati con cui viviamo quotidianamente. Come se ormai l’unica possibilità di un qualche spiraglio d’avvenire risiedesse soltanto nel ripartire da zero, nel fare tabula rasa del tempo presente; in altri termini, nella radicale destituzione di quell’immobilità convulsiva che sembra oggigiorno costituire la cifra stessa della contemporaneità. L’assenza di una figurazione qualsiasi del futuro, mera prosecuzione di un presente che opprime, non sarebbe altro che il riverbero di un’incapacità radicale di rapportarsi con la propria vita, sempre troppo stagnante e arenata nella noia, o sempre sfuggente con i suoi improvvisi scatti d’accelerazione: alla crisi in cui versa l’immaginazione dell’avvenire corrisponderebbe dunque un’altrettanto drammatica crisi delle attuali forme di vita.

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