Immaginare l’impossibile

20 aprile 2015 § 3 commenti

di Tiziano Scarpa (originale)

Forse dalle perquisizioni della casa di Andreas Lubitz, il copilota che ha guidato volontariamente l’Airbus Germanwings a schiantarsi sulle montagne, salteranno fuori elementi significativi, prove, spiegazioni.

È sempre prematuro correre alla morale della storia, senza averla prima conosciuta e ascoltata tutta. Perciò non affrettiamoci a trarre conclusioni, aspettiamo di conoscere i risultati della – ok, d’accordo, ora che ho pagato il pedaggio al buonsenso, dico quello che mi preme.

Dovremo ricordarci con grande intensità la situazione delle ore di ieri e di oggi, il limbo cognitivo in cui ci siamo trovati, anche se poi verrà dettagliato meglio (certificati psichiatrici, forse un amore alla fine), e magari completamente rovesciato o clamorosamente smentito da altre rivelazioni che spalanchino tutt’altri scenari.

Di queste ore che abbiamo appena vissuto ci dovremo ricordare per sempre. Proprio perché siamo rimasti soli di fronte all’assenza di spiegazioni, che forse è una verità più grande di quella che ci possono dare le verità circostanziate. Abbiamo fatto esperienza di una lacuna che, in realtà, mette in evidenza una dimensione fondamentale dell’esistenza umana, a cui preferiamo non pensare, liquidandola con la ricerca di una comoda razionalizzazione.

Oltre al lutto, oltre ai morti, oltre al modo terrificante in cui i passeggeri del volo devono aver vissuto gli ultimi istanti della loro vita, che cosa c’è di spaventoso, in quello che è successo? Che cosa ci getta nello sconforto più assoluto?

Questo: il fatto che non ci sia una ragione. E che, comunque, questo fatto vada oltre qualunque spiegazione.

Una ragione, un movente, sono cose che consolano. Mostrano che il male è spiegabile, che ha una sua logica anche quando appare delirante e causa danni orribili.

Anche il più feroce terrorista, i kamikaze, gli attentatori, lo sterminatore di Utoya o i massacratori della redazione di Charlie Hebdo e del supermercato Hypercacher, avevano una ragione per uccidere. Perversa, fanatica, ma pur sempre una ragione.

Anche il mio conterraneo carabiniere di Chioggia, che l’altro giorno ha fatto una rapina sanguinosa in un supermercato di Ottaviano, insieme al suo collega campano, aveva un suo movente, benché banale: il tornaconto personale, i soldi.

Loredana Lipperini e Michela Murgia, nel loro L’ho uccisa perché l’amavo, hanno messo in rilievo come i titoli dei giornali, quando danno notizia dei femminicidi, si premurano di affiancare subito al misfatto le motivazioni dell’omicida: La moglie vuole separarsi: la uccide con una martellata. Certi titoli giustificano faziosamente, e tranquillizzano l’animo di chi legge: offrono una ragione per spiegare quell’orrore, oltre ad adombrare una corresponsabilità della vittima.

Ai terroristi, ai kamikaze, ai criminali, ai femminicidi, aggiungerei un’altra figura ricorrente in questi anni, sia nell’immaginario che nelle cronache: l’assassino seriale. Ma anche questa incarnazione del male assoluto, gratuito, incontenibile, mantiene comunque un residuo di umanità, che è quella dell’odio. Cova una qualche forma di vendetta, più o meno consapevole, per qualche categoria di persone, capri espiatori o pseudoresponsabili della sua situazione: li distrugge per risarcire un trauma infantile, per mimare una riparazione rituale a qualche irreparabile disastro personale.

In queste ore, proprio a causa delle informazioni ancora insufficienti che abbiamo su Andreas Lubitz, sulla sua vita, sulla situazione della sua anima, l’attualità ci spinge a fare un esercizio spirituale pesantissimo. Più pesante ancora di quello di immaginare l’ultimo minuto vissuto dai centoquarantanove passeggeri, quando si sono resi conto che stavano andando a fracassarsi a tutta velocità contro le Alpi, senza poterci fare nulla.

Dobbiamo immaginare che sia possibile l’impossibile. Che qualcuno che non ha alcuna ragione per odiare, né politica, né religiosa, né personale, nessun tornaconto, nessuna vendetta, arrivi a distruggere altre centoquarantanove persone oltre a sé stesso.

Dobbiamo immaginare l’annientamento totale, quel punto che si approssima delberatamente al niente, che lo progetta e lo realizza, che riesce a immaginare ciò che immagine non ha.

Chi può aiutarci?

Io ho chiesto aiuto ai libri di Günther Anders. Ho ripreso in mano il suo L’odio è antiquato. Anders, nel 1985, scriveva che la tecnologia militare di inizio Novecento aveva reso superata la necessità di odiare. Prima dell’artiglieria pesante, capace di scagliare proiettili a chilometri di distanza, i soldati dovevano essere mandati all’attacco fisicamente, nelle trincee, negli scontri ravvicinati, con le armi da fuoco individuali, negli assalti alla baionetta. Bisognava caricare anche loro, oltre alle armi, infervorarli con qualche motivazione patriottica. O al limite stordirli con alcolici euforizzanti, o con lo spauracchio della fucilazione per diserzione. Con l’artiglieria a distanza tutto questo non era più necessario. Anders descrive le parate militari a cui assistette di persona dopo la Prima guerra mondiale, l’entusiasmo con cui la gente ai bordi delle strade festeggiava il reparto più amato, l’artiglieria, soldati gioviali accolti da applausi e giubilo. Eppure, nota Anders, manovravano le armi più letali per l’epoca, quelle che dilaniavano, mutilavano e sterminavano nella maniera più efficiente e terribile. E allora, come mai erano trattati così festosamente? Perché avevano una qualità: non avevano bisogno di odiare il nemico. Non avevano nemmeno bisogno di considerarlo un nemico. Sparavano a distanza, senza guardarlo negli occhi.

Mi sono chiesto: Andreas Lubitz si sarà messo sulla soglia dell’Airbus A320, a dare il benvenuto ai passeggeri, dal primo all’ultimo, come fanno di solito i piloti degli aerei al momento dell’imbarco? Avrà guardato negli occhi la scolaresca di sedicenni di Haltern Am See che gli scorrevano davanti in fila per uno? Avrà salutato la giovane donna spagnola con in braccio il figlio di sette mesi? Avrà scambiato uno sguardo con la fascinosa contralto Maria Radner? Non lo sapremo mai. Che cos’erano, per lui? Nemici, certamente no. Esistevano, ai suoi occhi? Avevano una qualche consistenza?

Un altro aiuto a immaginare l’impossibile l’ho chiesto a un film che è venuto in mente a tanti in queste ore. Ovviamente è il primo episodio di Storie pazzesche, di Damián Szifrón. Si scopre che il pilota ha un motivo di risentimento verso tutti i passeggeri, e l’astio maggiore ce l’ha contro i suoi genitori, sui quali dirige l’aereo, puntando contro il loro grazioso giardino di casa, dove stanno prendendo il sole. Una decina di minuti di comicità grottesca, che fanno molto ridere, perché appagano pur sempre nello spettatore il bisogno primario di coerenza, di razionalità dei comportamenti.

Noi invece in queste ore stiamo facendo l’esperienza contraria, stiamo vivendo l’assenza di motivazioni, di odio, di vendetta, da parte di Andreas Lubitz. Fino a che non salterà fuori un diario, un file di un computer, la registrazione di una telefonata, siamo chiamati a immaginare l’inimmaginabile. Ma anche allora, io penso, la spiegazione non sarà sufficiente.

Di fronte al danno irreparabile (la morte) ci sono due grandi reazioni possibili. Il conflitto e l’elegia.

Il conflitto a volte è consolatorio. Non si accetta la morte dei propri cari, si cerca comunque un colpevole, anche quando è improbabile che lo sia. Andrea Canobbio, in un paragrafo di passaggio del suo romanzo Tre anni luce, ha saputo sintetizzarlo nella maniera più nitida: “mio padre [medico] era stato denunciato per negligenza da un figlio settantaduenne dopo la morte della madre novantasettenne.” Si dichiara guerra per darsi pace di una perdita che non si riesce ad accettare in quanto tale. La si attribuisce a una qualche responsabilità precisa, a una persona, a un’istituzione. La morte in sé non esiste, se succede è perché è colpa di qualcuno.

Già stamattina, dai titoli dei giornali, spiccava la proposta di un atteggiamento conflittuale: Criminale lui e quelli che l’han fatto volare. Che cos’è il giornalismo? Certo, è una agenzia universale di erogazione di informazioni. Ma è anche un ideatore di esercizi spirituali. Alcune redazioni, oggi, hanno scelto di proporre all’opinione pubblica questo tipo di esercizio spirituale: la meditazione risentita, conflittuale, per cui c’è sempre una colpa. Lo capisco, e non ho intenzione qui di sbeffeggiare questo modo di riprogrammare il lutto e trasformarlo in una reazione scandalizzata, magari utilmente fattiva verso le future procedure di sicurezza.

Ma accanto al conflitto, la cultura della nostra tradizione ci offre un’altra risorsa. L’elegia. Il canto funerario di fronte alla tomba della persona amata, dei morti innocenti. Davanti all’irreparabile si può impazzire di disperazione. Perché non c’è ragione, non c’è movente né spiegazione che giustifichi quello che è successo. E perfino le spiegazioni accertate possono risultare insoddisfacenti. L’elegia, incorporata o no che sia nei rituali funebri, prende le urla dell’animo e le convoglia in una metrica, in una modulazione musicale, in una melodia fisicamente espressa, melanconicamente nera, ancora devastata dal dolore, ma già sagomata da una forma. Una forma che cura, in primo luogo, chi la pronuncia, chi la canta.

Anche se non conoscevo nessuna delle vittime, in queste ore io sono disperato per l’assenza di ragioni, qualcosa dentro di me urla scompostamente. Anche se saltasse fuori qualche giustificazione plausibile, c’è uno sconforto primario, uno sgomento creaturale nell’idea che un appartenente alla mia specie possa avere compiuto deliberatamente una simile enormità.

Eppure devo essere capace di immaginare questo atto inimmaginabile, devo considerare reale questa cosa impossibile.

Questo è il mio piccolo canto elegiaco.

 

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