Migliore amico

di Giorgio Fontana (da qui)

Domenica scorsa ho rivisto il mio migliore amico, Matteo.

Siamo andati in sala prove — stiamo mettendo insieme un progetto di reading musicati — e poi abbiamo bevuto una birra al pub.

Ho pensato: conosco questa persona da venticinque anni, e non ho mai smesso per un istante di definirla il mio migliore amico. E viceversa.

Si tratta di un’espressione che non ho mai sentito pronunciare da altri: forse perché contiene un elemento di esclusività che incute timore.

Ma cosa significa davvero?

Innanzitutto, non si tratta di fare classifiche.

Ho diversi amici cui voglio molto bene, che stimo e con cui vivo la mia quotidianità: persone con le quali ho condiviso un appartamento, un viaggio, interi pezzi di vita; e che magari vedo più spesso di Matteo.

In generale, ho sempre considerato l’amicizia la cosa più importante della mia vita: e ho avuto la fortuna di avere al mio fianco uomini e donne straordinari. Posso tollerare, anche se a fatica, i miei fallimenti e le volte in cui ho deluso me stesso: ma deludere chiunque di loro mi ucciderebbe.

La mia tesi di laurea si chiudeva con una serie di ringraziamenti, e una citazione di W. B. Yeats: «Pensa dov’è che la gloria dell’uomo / principalmente inizia e finisce / E di’ che la mia gloria fu di avere siffatti amici». Non la cambierei.

Come vedete, è facile tessere retorica su questo valore. Eppure, in tempi dove essere cinici sembra l’unica risorsa contro un mondo confuso e incattivito, l’amicizia risplende come una magnifica contraddizione.

È meno commercializzabile ed eclatante dell’amore, certo; ma forse anche per quello è il solo antidoto a questi tempi.

Tutto sembra congiurare per renderci più rancorosi? Un amico è felice per le tue fortune. Tutto ci spinge a fregarcene ed erigere rapporti di potere o convenienza? L’amico è liberamente responsabile di me, e io di lui. Le grandi ideologie sono finite? Vivi nascosto con i tuoi cari.

Però con Matteo è un’altra cosa ancora. Non si tratta di classifiche, dicevo; e non si tratta nemmeno di modelli. Ogni amicizia è diversa, e sarebbe sciocco, persino una protervia, cercare di replicare altrove le dinamiche che ho con lui. Allora perché è il migliore? Non è nemmeno una questione di interessi condivisi. Certo, abbiamo una visione del mondo molto simile; e amiamo la musica. Abbiamo anche suonato insieme da ragazzi. Ma il mio universo è fatto innanzitutto di libri, e invece Matteo non legge molto — pur essendo una delle persone più intelligenti e curiose che conosca.

E quindi? Forse affonda tutto nel mito personale. Nella noia di certi pomeriggi a Caronno Pertusella, il paese a nord di Milano dove siamo cresciuti entrambi, quando giravamo adolescenti in bicicletta senza nulla da fare — e la città ci sembrava così lontana, e il futuro che ci aspettava incerto e inquietante — e non c’era miglior difesa dal mondo che quella: saperci uniti in una lotta comune, pur nelle nostre diversità.

Avevo un bel ripetermi, da solo nella camera, che un giorno sarei diventato uno scrittore. Suonava assurdo; non ci credevo affatto. Ma quando io e Matteo nascondevamo le birre in un buco nel muro di via Martiri di via Fani, e ci parlavamo a vicenda del nuovo disco dei Testament o dei Pantera, allora potevamo credere a qualsiasi cosa. La nostra rabbia prendeva un senso.

Perché pur avendo una famiglia, degli affetti, una ragazza, forse sentivamo entrambi un altro genere di solitudine. Qualcosa che non poteva essere colmato, soltanto confessato — a patto di trovare una persona in grado di comprenderlo, e davanti alla quale mostrarsi debole. Senza temere conseguenze, senza chiedere nulla in cambio.

Forse è questo il punto: la reciprocità nel sentirsi completamente alla pari, completamente su uno stesso piano. In nessun altro rapporto esiste una simile erosione delle differenze di potere, origine sociale, qualità. Come scriveva Thoreau: «Il massimo che posso fare per un amico è semplicemente essere suo amico».

E anche se anche un giorno non saremmo diventati nulla di ciò che speravamo di essere, comunque la lingua dei nostri sogni era parlata almeno da un’altra persona.

Ne avremmo trovate altre, nel corso della vita. Ma grazie a questa immagine, l’aggettivo che in origine aveva un cattivo sapore di graduatoria — migliore — assume un colore diverso.

Molto semplicemente, eravamo i migliori parlanti di quella lingua che separa, in maniera imprecisa ma persistente, le persone che vogliamo nella nostra vita da quelle che ci sono indifferenti. Dunque ci saremmo sempre stati l’uno per l’altro: quando io ero schiantato dalla depressione, quando è morto suo padre, quando ho iniziato a pubblicare libri, quando lui ha registrato un disco, quando ho vissuto all’estero e quando è nata sua figlia.

Anche questo è rinnovare un mito, cantarlo con pazienza ogni giorno. Esserci era naturale, ovvio; ma non c’era nulla di ovvio nel trovare le frasi giuste per sostenerci a vicenda. Prendersi cura del proprio migliore amico è anche questo: una costante correzione delle proprie parole: una limitazione del loro strapotere, per accogliere interamente quelle dell’altro. Tutte queste cose, io e Matteo ce le siamo sempre dette — pur nel riserbo nordico che condividiamo.

E forse dovremmo dirle tutti più spesso: evitare di farlo per paura o vanità, o per mostrarsi sempre più forti, è un vero peccato. Perché «la stupidità è vergognarsi di amare», diceva Stig Dagerman: e lo stesso vale per gli altri affetti.

È prezioso sapere che posso tirar giù dal letto Matteo, chiedergli di incontrarci al pub e confidarmi con lui. È un privilegio.

Ma c’è un privilegio ancora maggiore: sapere di poter restare con lui allo stesso posto godendo solo del tempo che passa, e dell’amicizia che a questo tempo resiste, testarda e irriducibile.

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