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Pollock, icona dell’incertezza

Nei quadri di Pollock le sgocciolature si susseguono con un margine di casualità, ma poi il risultato finale «non poteva che essere quello». Nella vita delle persone il caso via via si riduce, se guardiamo la vita a posteriori, quando siamo diventati vecchi e ci sembra che la nostra vita «doveva» essere quella. Questo è l’effetto che Robert Musil, lo scrittore del romanzo-saggio L’uomo senza qualità chiama «carta moschicida»: «le persone adottano la persona che è venuta loro, la cui vita s’è incorporata alla loro vita, giudicano le sue vicende ed esperienze ormai come le espressioni delle loro qualità, e il suo destino diventa merito o disgrazia loro. Qualcosa ha agito nei loro confronti come la carta moschicida nei confronti di una mosca: qui ha imprigionato un peluzzo, là ha bloccato un movimento, e a poco a poco li ha avviluppati, finché sono sepolti in un involucro spesso che corrisponde solo vagamente alla loro forma originale»

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Luce su Eraclito l’oscuro

Vissuto tra il VI e il V secolo prima della nostra era, il filosofo greco Eraclito di Efeso fa ancora riflettere. Anche se di lui ci restano soltanto frammenti, testimonianze, imitazioni; le sue opere sono andate perdute.Innumerevoli storie della filosofia hanno cercato di sintetizzarne il pensiero.

Fu detto l’”oscuro”, ma Eraclito affermò con chiarezza che tutto diviene e muta e nulla resta identico a se stesso. Era certo che soltanto dalle opposizioni nasca la vita: la malattia rende piacevole la salute, il male il bene, la fame la sazietà, la fatica il riposo. E ancora: asserì che la guerra è madre e regina di ogni cosa. Un pensiero che cozza contro i propositi buonisti di oggi, tuttavia la natura lo testimonia con le sue scelte e la filosofia mai se n’è scordata (si pensi alla necessità delle guerre sostenuta da Hegel).

Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/nHWygJ

Keith Haring

Keith Haring

Fin dagli anni settanta a New York, nel Bronx e a Brooklyn, bande di giovani portoricani, cubani, afroamericani tracciano scritte, messaggi cifrati, disegni stilizzati ispirati ai fumetti e alla pubblicità, con i colori spray, sulle fiancate dei vagoni della metropolitana, sugli autobus, sui muri dei fabbricati: un’invasione rapida e massiccia che ricopre ogni superficie della città.

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Keith Haring – L’albero della vita – 1984, Collezione privata

Rappresentante di spicco è Keith Haring, il quale fa propria la cultura di strada, la musica punk, rap e new wave, segue al contempo corsi di semiotica, apprende le tecniche per frammentare e ricomporre i testi senza trascurare il disegno. Suo principale obiettivo è occupare ogni spazio disponibile con vistose immagini che diffondano messaggi di uguaglianza economica, etnica e sessuale. Haring appartiene a quella generazione di giovani artisti per i quali la metropoli, con i suoi muri pronti a ospitare le immagini vistose della pubblicità, è il naturale habitat da cui si origina un’esperienza artistica che esprime con grande efficacia il disagio sociale dei giovani. E’ il movimento dei cosiddetti graffitisti, nel quale Haring si riconosce, pur restando ancorato a un concetto tradizionale di arte.

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Keith Haring – Cruella Devil – 1984, collezione privata

A partire dal 1981 l’artista abbandona il supporto cartaceo privilegiando materiali di recupero, quali i teloni di vinile già utilizzati nei lavori di manutenzione urbana, su cui delinea figure simboliche molto semplici e sconcertanti. Dichiara di fare immagini universalmente leggibili e di immediata comprensione, tuttavia le sue opere, per lo più senza titolo – taglienti metafore della società nelle quali l’uomo, ridotto a figura schematica e anonima, appare vittima inerte di un inarrestabile consumismo – lasciano un ruolo importante all’interpretazione dell’osservatore, il quale cerca invano una risposta agli interrogativi esistenziali – quali la religione, il razzismo, il sesso, il denaro, la malattia – posti dall’artista.

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Keith Haring – Senza titolo – 1984, New York, Collezione privata

L’anno prima di morire, nel 1989, Haring realizza a Pisa, per la facciata posteriore della chiesa di Sant’Antonio, un grande murale intitolato Tuttotondo. “Pisa è incredibile. Non so da dove cominciare. Mi rendo conto ora che si tratta di uno dei progetti più importanti che io abbia mai fatto“, scrive l’artista nel suo diario il 19 giugno 1989. Il 16 febbraio 1990 l’artista muore di AIDS.

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Keith Haring – Tuttotondo – 1989, Chiesa di Sant’Antonio, Pisa