Dylaniati

2 settembre 2014 Commenti disabilitati su Dylaniati

di Marco Rossari

Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

RELIQUIARI
Cimeli? Reliquie, vorrai dire. Per il dylaniato, ogni superficie sfiorata dal guru è oro. Donne che si dannano per avere venduto i suoi schettini senza pensarci. Gente che si accaparra la sedia a dondolo della nonna. Un individuo ha affittato una casa dove stipare le tonnellate di volantini identici collezionati con il passare degli anni (un’attività per la quale ha mollato il lavoro). Gli ignari sventurati che hanno comprato la casa di Hibbing dove ha passato la giovinezza ormai sono abituati alle frotte di personaggi che gironzolano intorno, strappando un ramo come ricordo. Un ramo, capite? Ma forse nessuno può eguagliare il dylaniato che, nonostante il quartiere fosse nel più totale degrado, ha acquistato la casa natale di Duluth. Attenzione: non per farci un museo. Eh, no: per se stesso.

ESEGETI ESAGITATI
Se esiste un Talmud per una faccenda tutto sommato semplice come la Torah, vuoi che i testi esoterici di Bob Dylan non abbiano partorito una miriade di interpretazioni difformi? Simposi intorno al rapporto tra Dylan e la Legge, meet-up sui tanti riferimenti biblici, interminabili topic su quale sia il poeta italiano del tredicesimo secolo cui accenna in Tangled Up in Blue (la canzone che vanta un quantitativo di variazioni tali da fare impallidire gli studi shakespeariani). C’è qualcuno convinto che Blowin’ in the Wind sia un inno razzista e non è stato ancora internato. Resta una gara senza vincitori, perché molto spesso si ha la sensazione che nemmeno lui – come ogni grande profeta – sapesse esattamente cosa voleva dire.

MANIACI DEL VINILE
I vinili ufficiali? Per carità. Il vero dylaniato sa che ogni incarnazione discografica non è altro che una tappa fantasma della Vera Opera, che consiste piuttosto in ogni nota strimpellata dal Nostro, dal primo pianoforte in età puberale a poche ora fa mentre accordava la chitarra sul gabinetto. L’isteria nasce con il celebre bootleg delle sessioni con la Band, quando si ritira dalle scene. Da lì, il delirio. Quando inizia la serie dei bootleg ufficiali, i dylaniati non si fanno prendere alla sprovvista. Escono 3 volumi? Loro ne fanno girare una versione di 12. «Ho Dylan che gorgheggia, rubato di nascosto con un registratore nella giacca: quanto offri? Sembra lo spolmonamento di un malato terminale? Ok, ma non faceva One More Cup of Coffee da anni».

MISTICI E ILLUMINATI
Il piglio profetico, le citazioni bibliche, la sbornia cristiana cominciata con Slow Train Coming: questo e molto altro hanno contribuito a creare intorno a Dylan un’aura misticheggiante, alimentata come sempre da lui stesso. Un giorno un fan gli lancia sul palco un piccolo crocifisso, lui se lo mette al collo e ce lo tiene per anni. Nel 2004, intervistato da 60 minutes rivela di avere fatto una specie di baratto con quello che chiama il «comandante in capo». «In questo mondo?», gli chiede un incredulo Ed Bradley. «In questo e nel mondo che non possiamo vedere». Poi hai voglia a lamentarti dei fan nelle prime file che lo ascoltano come se fosse il Verbo: «E allora mi ha guardato dal palco ed è stata un’illuminazione». In realtà è miope e al resto ha pensato un tecnico delle luci chiamato “depressione”.

BOB DYLAN STESSO
Qualche tempo fa in New Jersey una coppia, insospettita da un balordo zuppo di pioggia piantato sotto la loro casa, ha chiamato la polizia. Il vagabondo non aveva documenti e ha detto all’agente di essere Bob Dylan. «Come no, e io sono Babbo Natale». L’equivoco s’è risolto in fretta. Toh, era proprio lui e stava cercando la casa natale di Bruce Springsteen. Stessa cosa è successo all’inquilino del posto dove è cresciuto Neil Young. A Liverpool lo stranito cicerone della casa-museo dov’è nato John Lennon ha scoperto che in coda c’era… E chi se no? Pare che durante la visita abbia esclamato: «Ehi, la sua cameretta era similissima alla mia!». Stalker dei propri miti, importunatore del mistero che l’ha ammaliato, a pensarci bene Dylan è il primo dylaniato di se stesso.

M.R.
L’esaustiva disamina di Kinney ha una grave lacuna: M.R. Già negli Anni 90, avendo sentito che Dylan si aggirava in incognito davanti ai palazzetti e spesso domandava il prezzo delle magliette in vendita ai chioschi, costui importunò diversi uomini incappucciati. Una volta riuscì a intrufolarsi a fine concerto dietro il palco: «E Lui?». La risposta, di impagabile romanticismo, fu: «Naaa, già in viaggio verso Marsiglia». Qualche mese fa è stato notato dietro gli Arcimboldi, per farsi autografare una copia originale di Freewheelin’. Si è avvicinato a quelli della security, forte degli occhialini da sfigato, chiedendo se Bob Dylan sarebbe entrato da quella parte. Al buttafuori infastidito M.R. ha spiegato: «Ma io scrivo e traduco libri, collaboro con IL: non sono come loro».

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