L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite. I segni della sofferenza sono confrontabili piuttosto con la perdita di un dito o della vista di un occhio. Possiamo non perderli neanche per un minuto all’anno, ma se li perdessimo non ci sarebbe niente da fare.

Francis Scott Fitzgerald

Ispiration: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Author: Murakami Haruki

Incolore per la mancanza di personalità, gli anni di pellegrinaggio si riferiscono all’opera di Liszt. Recensire Murakami Haruki è un po’ come guardarmi allo specchio. Naturalmente questo succede spesso con i romanzi ed è una funzione tipica della letteratura quella di trasfigurare il particolare nell’universale. Però con l’autore giapponese la sintonia è immediata e profonda. I suoi di dubbi, i suoi desideri, le sue paure sono spesso i miei. E poi questa sorta di paradiso perduto che è l’adolescenza e che è alla radice anche di Norwegian Wood, crea atmosfere malinconiche molto familiari. La leggo anche in un altro modo. L’adolescenza è il periodo in cui si fanno le scelte fondamentali per la nostra vita, ma spesso, data l’età, non ce ne rendiamo conto. Tutto è vissuto con un’intensità dirompente (da qui i colori), mentre ci sono alcune persone che appaiono più mature e ai nostri occhi meno soggette a colpi di testa (da qui l’incolore Tsukuru).

A Nagoya abitano cinque ragazzi, tre maschi, e due femmine, che tra i sedici e i vent’anni vivono la più perfetta e pura delle amicizie. Almeno fino al secondo anno di università, quando uno di loro, Tazaki Tsukuru, riceve una telefonata dagli altri: non deve più cercarli. Da quel giorno, senza nessuna spiegazione, non li vedrà mai più. Il dolore è così lacerante che nel cuore del ragazzo si spalanca un abisso che solo il desiderio di morire è in grado di colmare. Dopo sei mesi trascorsi praticamente senza mangiare né uscire di casa, nelle tenebre di un’infelicità senza desideri, Tzukuru torna faticosamente alla vita ma scopre di essere cambiato. Sedici anni dopo incontra Sara che ne intuisce l’inquietudine nascosta dietro l’apparente ordinarietà e gli darà l’occasione per rispondere a quelle domande che per tutto quel tempo l’hanno ossessionato, ma che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.

Ci sono due motivi in particolare che mi avvicinano a Tsukuru: Il primo è che non è una persona cattiva, ma la mancanza di una vera personalità, il non appassionarsi a nessuna forma d’arte, il non avere hobby o abilità particolari o caratteristiche di cui andare fiero, lo fanno sentire poco più che un guscio vuoto (ne parlavo qui). ”Come recipiente, può darsi abbia una forma soddisfacente — pensa di sé Tsukuru — ma dentro non ho nulla che si possa definire un contenuto”. Per dirla con un solo aggettivo, è un uomo solitario e incolore. La seconda è la visione del cuore umano come un uccello notturno. Attende in silenzio qualcosa e, quando viene il momento, vola dritto in quella direzione. Interessante dialogo su questo punto con il suo amico Haida tra la logica e l’irrazionalità.

Rispetto a Norwegian Wood ci sono delle piccole variazioni, ma quello che io reputo fondamentale e che costituisce il ponte tra i due libri è il diverso grado di consapevolezza del protagonista. In Norwegian Wood la storia finisce con Watanabe e Reiko che commemorano l’amica comune Naoko suonando i Beatles e accendendo fiammiferi, mentre in questo libro il fatto che spesso nella vita ci sono scelte difficili e dolorose a cui non è sempre possibile attribuire un senso e che spesso non sono totalmente in nostro controllo, è accettato per poter andare avanti. Nonostante la cicatrice che ogni ferita si porta dietro. Per sempre.

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