L’insostenibile leggerezza dell’essere

26 agosto 2014 Commenti disabilitati su L’insostenibile leggerezza dell’essere

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

M. Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

La recensione di questo libro ci ha messo un po’ a maturarmi dentro, come se dovesse macerare sul fondo del mio stomaco. Ne ho cercate diverse in rete, ma nessuna mi ha soddisfatto. Forse perché recensire questo libro è un po’ tradirlo. Farne un riassunto è come amputarlo, scegliere alcune parti a discapito di altre ugualmente meritevoli difficile (le mie preferite sicuramente La bombetta di Sabina e la sua idea di  tradimento).

Non è il primo libro che leggo di Kundera, ne avevo già letto “Il libro del riso e dell’oblio” che mi era piaciuto molto, ma questo indubbiamente è superiore. Se volete una recensione classica vi mando a quella di Mara, molto dettagliata e esaustiva. Per quel che mi riguarda volevo sottolinearne alcuni aspetti che mi hanno particolarmente colpito.

Il primo è il lirismo. E un libro lirico di tal fatta poteva nascere dove la vita privata era umiliata dal regime totalitario post Primavera di Praga. Gli amori e le storie di Tomas, Tereza, Sabina e Franz hanno un indiscutibile anelito di libertà dalle costrizioni e dalla violenze, ma questa libertà è indissolubilmente legata alle loro vite, all’amore, alla morte, al piacere, alla vita.

La seconda è la costruzione del romanzo su delle coppie agli antipodi: leggerezza e pesantezza, pubblico e privato, fedeltà e tradimento, anima e corpo. Ma quello che sfugge è la profonda incomunicabilità di questi poli, tra l’altro ben argomentata nel capitolo “le parole fraintese”. Ci sono solo dei piccoli momenti della vita in cui questo accade (qui mi ritorna caro il concetto di fiammiferi di Virginia Woolf), in cui leggero e pesante si incontrano per un istante. Momenti per cui vale tutto, anche se questo tutto è niente.

Poi il Kitsch. Qui torna forte il lirico, Kitsch è tutto quello che non è lirico, che non è individuo e biografia (quindi retorico, politico, estetico). Una volta era il comunismo praghese e l’Unione Sovietica, oggi è lo spettacolo (qui l’argomento si farebbe troppo lungo). Non a caso ho scelto una bellissima canzone di Michael Jackson che come Sabina non aveva la pesantezza, ma era leggero come un uccello. La sua vita era solo l’arte, la maschera, non c’era altro. Solo che l’altro non serviva. Non è una mancanza, sono completi cosi. Così come lo sono Beethoven e la pesantezza. Sono le intersezioni che contano, non gli insiemi. Leggeri o pesanti che siano.

Ora basta sennò inizio a piangere.

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