L’isola e la miniera

23 agosto 2014 Commenti disabilitati su L’isola e la miniera

Le cicatrici dell’emigrazione italiana nel mondo

Ellis Island

Dove l’oceano Atlantico si incunea nell’America, nella baia di New York, la prima immagine che appariva a chi, in nave, si avvicinava alla costa, l’immagine mitica, quella che parenti e amici descrivevano nelle lettere spedite dagli Stati Uniti agli italiani ancora in patria, era una donna di pietra che si stagliava per quasi cento metri fuori dalle onde: la Statua della libertà. Passata Lady Liberty, lo sguardo dei nostri emigranti andava inevitabilmente a posarsi su un antico arsenale militare, distante pochi minuti di navigazione, posto su un isolotto alla foce del fiume Hudson, che sfocia nella baia: Ellis Island, la porta dell’America.

Ellis Island ha costituito fino al 1954 la maggior frontiera degli Stati Uniti: si trattava di un centro di controllo per gli immigrati che a inizio secolo si riversavano in America; una tappa obbligata per i nostri connazionali, che dovevano sottoporsi ad un controllo di identità, con registrazione dei propri dati personali e della propria provenienza e ad un degradante vaglio sanitario che doveva appurare eventuali difetti fisici o mentali. La pressione migratoria che ricadeva sull’Isola delle lacrime (così veniva soprannominata Ellis Island) era tale che venivano toccate punte di diecimila persone al giorno in entrata: facile, allora, capire come fra il 1892 e il 1954 siano potuti fluire in America attraverso Ellis Island venti milioni di emigranti da ogni parte d’Europa.

L’Italia di inizio novecento viveva una profonda depressione e l’America, in quello stesso momento, aveva bisogno di nuove braccia per dar fiato alla propria nascente economia. Gli italiani arrivavano in questo centro di smistamento stremati, affamati,  spesso privi di ogni conoscenza della lingua inglese e senza denaro. E qui, più che come esseri umani, venivano trattati come animali: emblematico il marchio che veniva loro apposto sulla schiena per certificarne lo stato di salute. Per sostenere i controlli gli uomini venivano divisi dalle mogli e dai figli: il destino di intere famiglie italiane veniva deciso in alcuni giorni in questa catena di montaggio che sfornava i nuovi americani.

Sul sito www.ellisislandrecords.com quel passato che, oggi, sembra incredibile ci appartenga, arriva più facilmente fino a noi: vi si può consultare, infatti, un archivio che raccoglie tutte le registrazioni dei nostri emigranti ed è possibile ricercare i propri parenti che sono transitati su Ellis Island. Leggere  il proprio cognome su quegli elenchi rende più reale e percepibile come quell’approdo, che suscitava speranza e paura allo stesso tempo, abbia potuto segnare la vita di milioni di nostri conterranei, fino a poco più di una cinquantina di anni fa.

Marcinelle

Il gas grisou è un combustibile composto prevalentemente da metano. Il grisou è inodore e incolore. E’ tipico delle miniere di carbone, tant’è che viene chiamato anche “gas di miniera”: in combinazione con una certa percentuale d’aria diventa estremamente infiammabile ed esplosivo.

Quei 274 uomini che la mattina dell’8 agosto 1956 scesero come ogni giorno nella miniera di carbone di Bois Du Cazier a Marcinelle, in Belgio, conoscevano bene i rischi legati a quel gas. E sapevano anche che i cavi della corrente che irroravano di luce le gallerie non avevano alcuna protezione.

Quella mattina due carrelli urtarono una trave, che crollò sui fili dell’elettricità e sui tubi dell’olio e dell’aria compressa. L’incendio che si sviluppò raggiunse in pochi minuti ogni angolo di quei condotti dove, per qualche soldo, nostri connazionali estraevano carbone per dare un qualche sostentamento alle proprie famiglie emigrate in Belgio. E, magari, mandare il poco denaro che avanzava a chi era rimasto in Italia. Quel mercoledì di inizio agosto furono 262 i morti, di cui 136 italiani.

Il disastro di Marcinelle era annunciato, prevedibile ed evitabile. Quei cavi lasciati esposti per risparmiare sui costi della sicurezza urlavano il pericolo; così come quelle porte frangifiamme fatte di legno segnalavano che, in caso di incendio, la protezione per i minatori sarebbe stata effimera. Quelle condizioni di lavoro bestiali lasciavano presagire il disastro: i “musi neri”, così erano chiamati in Belgio gli immigrati italiani che lavoravano in miniera, erano costretti a strisciare in condotti alti anche solo cinquanta centimetri. E quelle baracche in cui vivevano gli italiani, costruite vicino agli scarti di carbone, fuori dalle città (perché i belgi non si accorgessero della loro presenza), suggerivano, indirettamente, l’imminenza della tragedia.

Quando la vita umana perde la priorità su ogni altra considerazione la catastrofe arriva inevitabile. E in Belgio, in quegli anni, la vita di un immigrato italiano possedeva un valore estremamente scarso: dal 1946 al 1963, infatti, morirono nelle miniere belghe 867 italiani. Non solo Marcinelle, quindi, ma tante altre tragedie dimenticate. Episodi drammatici legati all’essenza stessa dell’essere immigrato: privo di ogni diritto, se non quello ad una esigua retribuzione. Considerato solo in quanto muscoli e polmoni utili alle più faticose mansioni. Indotto e disposto ad accettare occupazioni, come quella del minatore, scartate già allora dai lavoratori locali.

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Se a separare geograficamente Ellis Island da Marcinelle si frappongono seimila chilometri, i due luoghi sono, in realtà, segni incisi con la stessa lama sulla pelle del nostro Paese.

L’italianità, oggi, è generalmente considerata nel mondo quasi un fatto di stile, un fregio, un vanto: l’essere italiano, si può dire, va di moda: italiano is cool. Parlano per noi non solo i nostri prodotti di punta (cibo, abbigliamento, automobili) e non solo le bellezze naturali e il più grande patrimonio artistico-museale del mondo, che attira turisti da ogni angolo della Terra. Ma è la nostra immagine, peraltro pesantemente stereotipata, di un popolo allegro, estroso, simpatico e  innocuo (abusata è l’espressione “italiani: brava gente”) ad essere esportata ed accettata diffusamente. E, anche se certi pregiudizi e generalizzazioni tardano a scomparire del tutto dall’ottica in cui certi osservatori stranieri guardano al nostro Paese, si può affermare che l’essere italiano è un quid pluris invidiato, a torto o a ragione, dai più.

Ma gli italiani che restavano in fila un giorno intero ad Ellis Island o quelli che, col viso nero di carbone, respiravano a fatica nelle gallerie di Marcinelle conoscevano una realtà ben diversa da quella odierna. E i nostri emigrati si sentivano chiamare maccaronì in Francia e spaghettifresser in Germania (mangiatori di spaghetti, dove il verbo fressen, in tedesco, è riferito allo sfamarsi degli animali e non a quello degli uomini).

L’opportunità di rammentare che, in un tempo non così lontano, eravamo noi gli immigrati viene suggerita spesso, però, in modo pretestuoso. Si tende, infatti, nel dibattito sull’attualità del nostro Paese, a voler sottolineare il nostro passato da emigranti quasi per relativizzare e svalutare le problematiche che oggi l’immigrazione genera in Italia. Si potrebbe dire quasi per “scusarle”. Ma sarebbe ingeneroso e miope strumentalizzare Ellis Island e Marcinelle, con ciò che rappresentano, per sminuire la necessità del rispetto della legalità o per far dimenticare alcuni effetti drammatici che l’immigrazione, segnatamente quella clandestina, produce oggi nel nostro Paese.

Quell’isola e quella miniera costituiscono, invece, due cicatrici ancora dolorose che ogni italiano, di fronte ad uno straniero che cerca sinceramente accoglienza, dovrebbe tornare ogni volta a sentire sul proprio corpo. Due estremi presìdi contro le degradazioni che rischia di subire, e spesso subisce, ancor oggi, la dignità umana di chi si trova nella condizione di immigrato.

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