Resistenze

Il giornalismo musicale italiano tutti voi l’avete incontrato almeno una volta nella vita. Sui giornali “che contano” lo trovate in genere prima dello sport, relegato a una specie di riserva a margine delle pagine di cultura & spettacoli. Secondo Wikipedia (esiste addirittura la voce, vi giuro che non ci speravo), “il giornalismo musicale è una branca del giornalismo specializzata nella produzione di interviste, articoli e reportage in ambito musicale”. La definizione, per quanto ragionevole, resta ambigua: di quale musica stiamo parlando? I giornalisti che si occupano di, chessò, musica classica, difficilmente li vedrete disquisire di jazz. Al tempo stesso, nonostante il jazz sia una popular music a tutti gli effetti, esiste anche una distinzione tra jazzofili e specializzati nelle mille declinazioni di pop e rock. Questi ultimi poi sono immancabilmente i più disgraziati: la loro reputazione è nulla, la materia di cui trattano è infima, e in ambito giornalistico stanno giusto un gradino sopra quelli che trafficano con oroscopo & meteo, ma insindacabilmente sotto ai cronisti di sport. Ulteriore beffa, al contrario dei colleghi che pure discettano di Verdi, Hindemith o persino Coltrane, non godono nemmeno dello status di giornalisti culturali: l’ambito che si sono scelti è semmai un allegro coacervo di sensazionalismo semiadolescenziale, gossip e marchette sparse, più o meno alla stessa maniera di quelli che si occupano di cinema, ma con molto meno prestigio.

Eppure sono proprio loro, i critici rock, quelli che nell’immaginario collettivo hanno finito per incarnare il concetto di giornalismo musicale tout-court . Lo dice pure Wikipedia: “il giornalismo musicale ha una tradizione ormai decennale, portata avanti da riviste quali Rolling Stone, Urb, New Musical Expresse The Source”. Tutte testate nate e sviluppatesi nell’alveo della cultura rock (Rolling Stone), pop (NME) e urban (Urb e The Source) e tutte di stretta derivazione angloamericana. Riviste specializzate ne esistono ovviamente anche in Italia, e occupano uno spettro abbastanza ampio di impostazioni si direbbe filosofiche: per restare alle principali, si va dalle più generaliste XL e Rolling Stone edizione italiana, a testate di nicchia come Il Mucchio , Rumore e Blow Up – un panorama abbastanza variegato per una materia perennemente considerata residuale.

I maggiori quotidiani nazionali si affidano a loro volta a firme che nel corso degli anni si sono conquistate un certo credito: l’esempio più noto resta la coppia Assante & Castaldo di Repubblica, che sempre in tandem ha firmato una lunga fila di speciali, guide, e vere e proprie enciclopedie di cui resta esempio il volume Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano, pubblicato nel 2004 da Einaudi. Al tempo stesso, negli ultimi anni i lettori italiani si sono visti recapitare in libreria una serie di importanti contributi alla critica “rock e dintorni”, tutti firmati da nomi del giornalismo musicale inglese e americano, e tutti di grandissimo peso. ISBN, oltre al Simon Reynolds di Post-Punk e dell’assai dibattuto Retromania , ha rischiato col bel Parole e Musica di Paul Morley e si è spinto fino a titoli come La guida alla musica moderna di Wire. Arcana, da sempre specialista nel settore, ci ha regalato tra gli altri il Julian Cope di Japrocksampler, gli scritti di Nick Kent, il Michael Azerrad di American Indie, e lo stesso Reynolds di Energy Flash. Minimum Fax già anni fa tradusse le antologie di Lester Bangs. E la lista potrebbe continuare.

Alcuni di questi titoli furono già tradotti in italiano tempo addietro, ma vengono ora riproposti come se il pubblico nostrano avesse finalmente scoperto che accidenti, c’è un mondo lì fuori, ed è il mondo del giornalismo musicale critico, che è un genere letterario vero e proprio o meglio ancora una branca – degnissima e assai seria – di quelli che Oltremanica chiamerebbero cultural studies. Il che ha suscitato l’inevitabile interrogativo: e gli autori italiani? Possiamo considerare i vari “Blues, Jazz, Rock, Pop” alla stessa stregua dei classici firmati Reynolds, Morley e Bangs? Non c’è, come dire, una lieve differenza? Perché il nostro Paese non riesce a prodursi non dico in tomi destinati alle bibliografie delle tesi di laurea, ma almeno in una lettura dell’oggetto pop music emancipata dall’aneddotica pseudo mitologica o peggio ancora dal sentito dire?

Ripartiamo dal giornalismo di settore: a confrontare la realtà italiana con quella statunitense e inglese, l’esito è evidentemente impetuoso – e parlo non di riviste specializzate, ma di giornali mainstream come il New York Times e il Guardian, attentissimi sia ai grandi nomi che ai più sotterranei circuiti indipendenti; ma anche le pagine musicali dei vari Le Monde, Süddeutsche Zeitung e El País, dimostrano un’attenzione e un tasso di approfondimento inimmaginabile per i nostrani Repubblica e Corriere . È pure questione di scelta, diciamo di nomi: in Italia tanto più in là di Springsteen non si va, e il massimo concesso possono essere, toh, i Radiohead; altrove, sembrano aver se non altro compreso che la musica popular nel 2012 non può essere più riducibile alla vetusta epica del grande rock, e che semmai a tenerla in vita è un intricato complesso di nicchie, grammatiche, pubblici diversi e in qualche caso antitetici, e movimenti semiclandestini che poi possono anche esplodere nel mainstream.

A pensarci bene, è più di un trentennio – diciamo dai tempi della disco e del punk – che i linguaggi che hanno segnato le sorti della musica pop hanno dismesso i tipici topoi rockisti dei grandi raduni all’aperto, del rito identitario di massa, di risposte blaterate nel vento, e poi poeti maledetti, androgini yé-yé , tossici tormentati, il “rude suono di una chitarra elettrica”, il “battito incessante della batteria ” e il “basso che pulsa negli intestini”: quella semmai è roba alla Tenacious D. Che giustamente è un film comico. Arrivati al 2012, quasi nessuno può sostenere che, non so, l’espressione più significativa della pop music anni 80 sia stata…. boh, facciamo il pur rispettabilissimo rocker John Mellencamp, e non i prodromi dell’alternative/indie, la nascita di house e techno, l’esplosione hip hop, e così via. O che per venire all’Italia di oggi non ci sia vita oltre al cantautorato engagé? Per la miseria, gli italianissimi Mamuthones sono finiti pure sul Times. Solo che ecco, il Times è inglese.

Nella stampa italiana generalista, la scelta dei nomi è il riflesso di tante cose assieme: c’è un vizio a monte, diciamo un difetto di curiosità che si traduce in un ritardo cronico tale per cui a determinati fenomeni, anche i più macroscopici, ci si arriva anni se non decenni dopo. Ancora oggi, musiche dal seguito enorme come l’elettronica e l’indie rock restano patrimonio semiesclusivo delle testate specializzate, e sui  quotidiani fanno capolino solo saltuariamente e in maniera quasi sempre maldestra, con tanto di nomi storpiati e generi inventati. Ma anche questa scarsa curiosità, più che di disattenzione, è frutto di una lettura non so dire se più manichea, nostalgica, idealizzante o semplicemente conservatrice. Secondo questa lettura, esiste una creatura che si chiama ROCK dai codici inamovibili e dai riti identitari eterni, semileggendari, più o meno plasmati su un’immagine da cartolina datata all’incirca 1969-70, e tutto quello che da questa cartolina esula non è che non merita attenzione: è che proprio risulta incomprensibile. […]

Valerio Mattioli

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