Ritagli

Qui tuttavia non si pretende che un uomo triste sia in grado di rendere inconsistente la propria tristezza mediante una fototessera di se stesso; difatti la vera tristezza è già di per sé inconsistente, quanto meno la mia e anche quella di Klepp non si lasciavano ricondurre a un bel nulla e proprio con la loro inconsistenza quasi libera e gioconda dimostravano una forza che nulla era in grado di affliggere.

L’unica possibilità di flirtare con la nostra tristezza ci si offriva tramite delle foto, poiché su quelle istantanee realizzate in serie trovavamo noi stessi, se non palpabili, almeno, cosa più importante, passivi e neutralizzati. Potevamo trattarci a nostro piacimento e intanto bere birra, infierire sul sanguinaccio, produrre atmosfera e giocare.

Accartocciavamo , ripiegavamo le immaginette, le tagliuzzavamo con forbici che ci portavamo sempre appresso a questo scopo. Componevamo insieme ritratti vecchie e nuovi, facevamo di noi dei monocoli, dei triocoli, ci dotavamo di orecchie mediante nasi, parlavamo e tacevamo con l’orecchio destro e facevamo fronte al mento. Questi montaggi non venivano inflitti da ognuno solo alla propria immagine; Klepp si faceva prestare dei dettagli da me, io gli estorcevo qualcosa di caratteristico: così riuscivamo a produrre delle creature nuove e, come speravamo, più felici.

G. Grass Il tamburo di latta

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