Se c’è una strada

23 agosto 2014 Commenti disabilitati su Se c’è una strada

Spesso capita, al bar come sui giornali di concentrare l’attenzione su quello che non va, capita di lanciare invettive contro il mondo falso del calcio, del ciclismo, il mondo vuoto e scadente della televisione, sulla corruzione e l’inerzia della politica, contro il cinema italiano in decadenza, la letteratura sensazionalista, capita di leggere reportage allarmistici sui trentenni in casa, i quattordicenni in discoteca e in genere i soliti discorsi che ormai è diventato troppo facile fare. Si ripetono le stesse cose come una litania, come un rito purificatorio, come un confessione dal prete dopo l’ennesimo delitto. Sono discorsi senza forza, stanchi, fuori tempo massimo.

Quarant’anni fa Calvino ha scritto, in conclusione alle Città Invisibili che “L’inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n’e’ uno e’ quello che e’ già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio.” Credo che questa sia la citazione più usata e abusata  degli ultimi quarant’anni, e s’accompagna all’abusatissima citazione dantesca “considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir vertute e conoscenza”.

Entrambe sono citazioni pericolose, rischiano a loro volta di diventare una litania, un altro rito, a di cadere a sproposito, per giustificare la propria inerzia intellettuale, per esaltare il proprio piccolo pulpito. Specialmente quella dantesca spesso è abusata dai cultori della scienza, come se la smania di conoscenza servisse a giustificare il folle volo di Ulisse. Questo episodio in verità ci mette in guardia dai pericoli della sete di sapere, la nostra semenza non giustifica il superamento del limite, la nostra semenza si rivolge a Dio, sta entro il limite. Questo intendeva Dante. Ma si sa che superare il limite, ammazzare il padre, rompere con la tradizione al giorno d’oggi sono qualità. Riprendere questa questione ha senso oggi come un ritrovamento del limite, come se il novecento fosse stato un secolo troppo veloce e ora ci fosse bisogno di un rallentamento, e la possibilità di riflettere, di ricalibrare il passo.

Per quanto riguarda l’altra citazione buona per tutte le situazioni credo che si tratti, nella sua essenza, solo di un passaggio, non di un fine. Calvino ha mantenuto un impegno morale fino alla fine dei propri giorni, tanto che l’ultima sua fatica, Le lezioni americane, rimasta incompiuta, tratta proprio di questo: individuare sei valori (in ambito letterario, ma credo non solo) da portare nel nuovo millennio. Valori da salvare per non naufragare nel mare massmediatico. Questi valori non sono nostalgici, Calvino non vuole salvare l’inimitabilità di D’Annunzio, la lentezza di Pascoli e tutti quei valori contrari alla svolta tecnologica che ha caratterizzato il novecento. Calvino vuole portare la rapidità, la leggerezza, la molteplicità… perché un giusto utilizzo di queste qualità si contrappone alla loro degenerazione, ovvero alla frenesia, alla frivolezza, al caos. In questo senso si può leggere il brano delle Città Invisibili. Dare spazio a quello che non è inferno. Dare voce a quello che non è inerte, che non scivola via, quello che non si lascia trascinare.

Ma arrivati a questo punto occorre controllare le date. Calvino ha scritto le Città Invisibili nel 1972,  e le Lezioni Americane nel 1985. Quarantuno e ventotto anni fa. Che valore ha citare libri di oltre trent’anni fa? Al giorno d’oggi un computer è vecchio di un anno, una macchina di due, una generazione di cinque. Le Città Invisibili è un classico e quindi ogni volta che si legge ci dice qualcosa, ma la società in alcuni decenni è profondamente cambiata, non si può leggere lo stesso libro senza rivedere criticamente il senso di superficie. Calvino è nato nel 1923, sapeva cos’era la lentezza, se non proprio l’ha vissuta l’ha almeno assaggiata, e così con gli opposti delle altre qualità trattati nelle lezioni americane, ma noi nuove generazione le viviamo come un bagliore appena percepibile nella notte; la velocità, la rapidità, la molteplicità sono la nostra normalità, sono qualità di grado zero, non abbiamo l’esperienza del contrario. Citare le Città Invisibili come si fa oggi, stimolando a seguire, come avrebbe seguito quarant’anni fa un giovane lettore, la sua esortazione finale è anacronistico.

Può essere che in quarant’anni quel poco di non inferno non abbia ancora attecchito? Probabilmente chi legge e cita le Città Invisibili  deve credersi un salvato, un messia, per non vedere che ci sono altre migliaia di messia che girano per le strade. Se non si fa un passo oltre la solitudine dell’eroe non si esce di un millimetro dall’inferno delle cose che scivolano via, non sono i singoli che salveranno un mondo infestato da singoli. Forse sarà in caso di guardarsi attorno, di ammettere si la particolarità della propria situazione di salvati (piccola presunzione necessaria per sviluppare un senso di responsabilità), ma di non crederla unica. Basta lamentele, denuncie, insulti, e dichiarazioni superbe di purezza, sarebbe più utile pensare criticamente la propria situazione, raccogliere nuove conoscenze per confrontarsi, per scontrarsi, per creare e non per esaltarsi o distruggere.

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