Le parole degli altri

Mi capita spesso di riportare citazioni mentre parlo o scrivo. Recentemente ho citato Bob Dylan. Non che tale citazione non fosse calzante, o elegante e appropriata, ma il suo utilizzo mi ha provocato una stonatura nel rileggerla. Come se in quell’occasione fosse più opportuno rispondere con parole mie.

Questo episodio è diventato occasione per riflettere sulle citazioni sui generis. Fin da bambino mi hanno affascinato per il loro legame con un passato ormai remoto, per il loro essere schegge di una voce rubata all’oblio, per essere un’autorevole testimonianza di un aspetto della vita o delle lettere che merita di essere ricordato dai posteri.

Tralasciamo l’uso e l’abuso che se ne fa oggi (spesso a sproposito) sia in rete sia nelle più disparate occasioni. Personalmente le ho sempre usate come rafforzativo di un’idea: se lo dico io ha un peso, se lo ha espresso in altri termini pure Platone o Shakespeare la cosa acquista più blasone. O come il dare forma a emozioni cui non riuscivo a dare una descrizione soddisfacente.

Ma nell’episodio ricordato mi è balzato agli occhi un elemento che finora mi era rimasto sullo sfondo. Ovvero il mascherarsi dietro parole di altri. Come se ci fosse una paura ad esprimere i propri sentimenti e i propri credo in modo chiaro e proprio. Qui sta la stonatura che ho sentito: appropriato e non proprio. Cioè mio.

In questo mi sento un po’ scrittore: l’introversione, il rimanere celato come ladri accorti, pronto a eludere la vita, a tenerla sotto controllo per farsene padrone nella finzione. Invano.

da file #fogliconsanguinei