Il telefonino entra a scuola, ma servirà davvero alla didattica?

I telefonini nelle scuole: finora vietatissimi, da adesso in poi è possibile che entrino a pieno diritto nelle aule come strumento didattico innovativo. Non è ancora detto, non è certo. Una commissione ministeriale ci lavorerà nei prossimi giorni. Ma è nell’aria, era da tempo prevedibile che arrivassimo a questo, nella nostra forsennata rincorsa a essere sempre più nuovi, tecnologici, digitali. Ma mi sgomenta lo schema logico-argomentativo, che sembra essere alla base del ragionamento, e mi par tipico dei nostri tempi: lo schema del «visto che, tanto vale». Visto che il telefonino è entrato nelle nostre vite quotidiane, tanto vale farlo entrare anche nella scuola. Ovvero: sarebbe innaturale vietare a scuola qualcosa che, fuori della scuola, è normalmente, proficuamente e collettivamente in uso.

L’abbiamo già fatto, e lo faremo ancora: visto che i ragazzi non sanno più scrivere aboliamo il tema; visto che copiano le versioni da internet, aboliamo o riduciamo la versione dal latino e greco; visto che non sanno più scrivere in corsivo, che scrivano su tastiera; visto che faticano a fare i calcoli, che usino la calcolatrice.

Potremmo continuare: visto che ai giovani piace bere birra, ammettiamola come bevanda nell’intervallo; visto che i nostri figlioletti si mettono le dita nel naso, tanto vale insegnar loro un metodo migliore per farlo anche in pubblico; visto che ai ragazzini portati la sera al ristorante piace correre tra i tavoli, inutile costringerli a stare seduti, tanto vale installare dei semafori.

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Pollock, icona dell’incertezza

Nei quadri di Pollock le sgocciolature si susseguono con un margine di casualità, ma poi il risultato finale «non poteva che essere quello». Nella vita delle persone il caso via via si riduce, se guardiamo la vita a posteriori, quando siamo diventati vecchi e ci sembra che la nostra vita «doveva» essere quella. Questo è l’effetto che Robert Musil, lo scrittore del romanzo-saggio L’uomo senza qualità, chiama «carta moschicida»: «le persone adottano la persona che è venuta loro, la cui vita s’è incorporata alla loro vita, giudicano le sue vicende ed esperienze ormai come le espressioni delle loro qualità, e il suo destino diventa merito o disgrazia loro. Qualcosa ha agito nei loro confronti come la carta moschicida nei confronti di una mosca: qui ha imprigionato un peluzzo, là ha bloccato un movimento, e a poco a poco li ha avviluppati, finché sono sepolti in un involucro spesso che corrisponde solo vagamente alla loro forma originale»

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Luce su Eraclito l’oscuro

Vissuto tra il VI e il V secolo prima della nostra era, il filosofo greco Eraclito di Efeso fa ancora riflettere. Anche se di lui ci restano soltanto frammenti, testimonianze, imitazioni; le sue opere sono andate perdute.Innumerevoli storie della filosofia hanno cercato di sintetizzarne il pensiero.

Fu detto l’”oscuro”, ma Eraclito affermò con chiarezza che tutto diviene e muta e nulla resta identico a se stesso. Era certo che soltanto dalle opposizioni nasca la vita: la malattia rende piacevole la salute, il male il bene, la fame la sazietà, la fatica il riposo. E ancora: asserì che la guerra è madre e regina di ogni cosa. Un pensiero che cozza contro i propositi buonisti di oggi, tuttavia la natura lo testimonia con le sue scelte e la filosofia mai se n’è scordata (si pensi alla necessità delle guerre sostenuta da Hegel).

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