Punire, l’ossessione contemporanea

Punire, l’ossessione contemporanea

Frustrazioni e insicurezze sono diventate l’alibi per giustificare la voglia di gogna. Dando per scontato che infliggere enormi sofferenze, sia efficace

Il 16 luglio 2015 Obama compì un gesto storico: la prima visita di un presidente americano in una prigione federale. Dopo aver parlato con sei persone ristrette, disse che gli errori da loro commessi in infanzia e gioventù «non erano troppo diversi da quelli che ho fatto io e da quelli che hanno fatto molti di voi. La differenza è che loro non hanno avuto le strutture di sostegno, le seconde possibilità, le risorse che li avrebbero resi in grado di superare tali errori».

In questa frase c’è l’onestà di un uomo che riconosce l’ingiustizia sociale alla base della diffusione del crimine; ma non solo. Cela anche un tentativo di rompere la distanza assoluta che vogliamo porre fra noi e chi ha compiuto un reato. È lungo questa falda che si sviluppa la riflessione di Didier Fassin, noto antropologo francese e autore del recentissimo Punir (Seuil 2017): un breve saggio che indaga le “ragioni di un’ossessione contemporanea”.

Il momento punitivo

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un’evoluzione della sensibilità verso le illegalità e a un’azione politica più decisa sul tema della sicurezza: un “momento punitivo”, scrive Fassin, dove «punire è diventato il problema. Questo a causa del numero di individui che isola o mette sotto sorveglianza, a causa del prezzo che fa pagare alle loro famiglie e alle loro comunità, a causa del costo economico e umano che determina per la collettività, a causa della produzione e riproduzione di diseguaglianze che favorisce, a causa della crescita della criminalità e dell’insicurezza che genera, e infine a causa della perdita di legittimità che risulta dalla sua applicazione discriminatoria o arbitraria».

Ciò ha innescato un diffuso populismo penale: il passaggio dello Stato sociale allo Stato giudiziario, il bisogno costante di capri espiatori, l’odio come base dell’ordine, la delegittimazione del garantismo, e più in generale una politica di “tolleranza zero”. Basta guardare ai dati sulle carcerazioni. Il caso-tipo restano gli Usa: nel 1970 200 mila persone erano in prigione, mentre oggi sono 2,3 milioni. Ma il fenomeno è globale: negli anni Novanta il numero di carcerati triplica in Repubblica Ceca, raddoppia in Italia e in Olanda, e il trend prosegue nel decennio successivo (+29% in Asia, +59% in Oceania, +15% in Africa). Alla luce di tutto questo, Fassin si propone di «interrogare le fondamenta dell’atto di punire». Attraverso tre domande: cos’è punire? Perché puniamo? Chi puniamo?

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