Il fantasma dell’elettricità

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di Teo Lorini

Una volta Tom Petty ha detto “Bob Dylan ha influenzato assolutamente tutto”. Bene, ma chi è Bob Dylan? In 55 anni di carriera le definizioni si sono accumulate e contraddette innumerevoli volte: voce di una generazione, venduto, giullare, cantante di protesta, rocker, bollito, poeta, trickster, cristiano rinato, bluesman, puer aeternus, sciamano. Ora perfino Nobel.

Chi è allora Bob Dylan?

Per rispondere sono state scritte migliaia di pagine, esistono biografie, esegesi, traduzioni, raccolte di interviste, di aneddoti, meticolosi elenchi di registrazioni, siti e forum, documentari, romanzi. Se Alessandro Carrera, nel più bel saggio italiano sull’argomento (La voce di Bob Dylan, Feltrinelli), dice che Bob Dylan è prima di tutto una voce, il diretto interessato nel ’78 ha dichiarato «Non ho creato io Bob Dylan. Bob Dylan è sempre stato qui… sempre stato. Quand’ero piccolo c’era Bob Dylan. E prima che io nascessi, c’era Bob Dylan».

E dunque?

Si può venire a capo di un tale monumentale quid? Marco Rossari non ci prova nemmeno. Non per timore reverenziale da fedelissimo, ma perché ha capito che questa enormità detta Bob Dylan è diversa per ciascuno di noi. Ecco perché è l’unico artista su cui a tutti sembra lecito, e (purtroppo) doveroso esprimersi. Ecco perché qualsiasi novità lo riguardi (il Nobel è stata solo l’ultima in ordine di tempo) fa scoppiare discussioni accalorate e stimola giudizi, patetici magari, ignoranti persino, ma sempre e per ciascuno lapidari e assoluti. Ecco perché è l’artista con cui nasce uno speciale tipo di fanatismo: non solo quello dei bootleg, che sono legione, ma anche quello assoluto dei feticci (Rossari racconta che a Hibbing, dove Dylan è cresciuto, c’è gente che passa dalla sua casa di ragazzo per strappare “un ramo – un ramo – dall’albero del giardino come ricordo”). Ecco perché le discussioni sui testi dei Beatles, di Bowie, persino dei Pink Floyd più acidi, sembrano spesso conversazioni accademiche, mentre quando parla di Dylan (lo ha lamentato lui stesso) la gente “va fuori di testa”. Ecco perché nel fatidico 1968, quando Dylan s’è ritirato con la famiglia in campagna (solo lui, che il ’68 l’aveva già fatto e disfatto nel ’63, poteva permetterselo), c’erano persone che gli invadevano la casa e – storia vera – arrivavano persino a farsi una scopata nel letto dell’Idolo (e c’è chi lo accusa di essere scorbutico…). E altre che nel ’74, quando lui torna a vivere a MacDougal Street, gli frugano nella spazzatura e terrorizzano sua moglie e i suoi figli con veri e propri agguati (e c’è chi lo accusa di essere paranoico…).

Piaccia o meno, Dylan è a tal punto un’icona (uno dei pochissimi personaggi contemporanei a cui questa definizione più logora e lacera d’un vecchio cliché s’attaglia davvero) che ciascuno di noi ha il proprio Bob Dylan, anche chi rifiuta di ascoltarlo o lo liquida dicendo che canta come un adenoideo cronico. Tutti abbiamo un immagine di lui e a quella ci conformiamo, ci aggrappiamo, come se fosse un segreto rivelato solo a noi, solo per noi, e sotto sotto assomigliamo tutti (e a maggior ragione quelli che affermano di detestarlo) a quel fan “che gli disse a mo’ di rimprovero: «Io so tutto di te e tu non sai niente di me».

Rossari dunque mette al bando le cautele, scrive di Dylan come se scrivesse a Dylan (all’inizio del libro lo sogna mentre dedica un vinile indirizzandolo “al mio unico figlio”) e racconta chi sia e come stia Bob Dylan nella vita di Marco Rossari, dai primi ascolti dei dischi del papà sull’hi-fi di famiglia ai pomeriggi in cameretta per cercare di carpire le parole di Freewheelin’ in un’epoca in cui non esistevano siti internet per trovare i testi delle canzoni. Le ore a trascrivere accordi, l’incontro con le parole cantate da Dylan nell’antologia di Stefano Rizzo (Newton Compton, 1972) trovata per caso su una bancarella, su su fino al primo LP acquistato con i propri soldi: Marco Rossari ha 16 anni, il disco è Oh Mercy (nientemeno).

È una sera d’inverno mentre si rievocano queste cose, una sera d’inverno in quella Milano di cavalcavia e luci, di pulviscolo e smog che Rossari sa raccontare come pochi, una sera d’inverno con troppo vino in corpo e un agente che aspetta di fargli l’etilometro. E così il poliziotto, infreddolito, assonnato ma forse anche un po’ curioso, diventa il testimone per cui lo scrittore rievoca la cronistoria di una passione, passando attraverso tre canzoni. Solo tre “come i fantasmi dickensiani”, una di protesta, una d’amore e una che non sarebbe sbagliato definire “fantasma”. Sì, proprio un fantasma come quello che compare nel sottotitolo del libro e che viene dritto da uno dei versi dylaniani più enigmatici e visionari (e infatti arriva da Visions of Johanna).

Scoprire la storia di questa e di altre canzoni – fantasma e non – che s’incontreranno nella lunga notte in cui il monologo rossariano si dipana, sarà uno dei piaceri riservati al lettore di Bob Dylan – Il fantasma dell’elettricità (add editore, 190 pp., 13 euro), un volume difficile da classificare come l’artista cui è dedicato. Non è un saggio, ma neanche un romanzo. Come potremmo chiamarlo allora? Forse un personal essay? Con una delle capriole verbali di cui è maestro, Marco Rossari dice che si tratta piuttosto di un passional essay. Quello che ci preme segnalare è che si tratta di un testo intenso, trascinante, vivo e perfettamente riuscito.

La cultura di Rossari su Dylan è enciclopedica eppure anche il profano (abbiamo fatto l’esperimento su diverse cavie inconsapevoli) entra a capofitto nel libro. E se inevitabilmente quest’ultimo racconta delle cose riguardo all’autore di Like a Rolling Stone (il cui titolo, ad esempio, non significa “Come una pietra che rotola”) non lo fa riversandoci addosso nozioni aride e precisazioni puntigliose, ma incuriosendoci e divertendoci. Questo non significa, va detto, che manchino i giudizi precisi (“Tre dischi, tre capolavori in 14 mesi… Blonde on Blonde viene registrato in sette giorni. Lo sa quanto ci misero i Beatles a partorire Sgt. Pepper? Quattro mesi, ed erano in quattro, di cui tre tizi geniali. Con tutto il rispetto, di che cazzo stiamo parlando?”) o i pareri appassionati di chi ascolta e ama Dylan da più di trent’anni e si può permettere (come ogni dylaniano) le proprie personalissime idiosincrasie.

Non solo: l’approccio è sfrontatamente, programmaticamente personale, eppure la storia di questo ragazzo che cammina attraverso la vita con Bob Dylan diventa subito universale e i viaggi, gli innamoramenti, gli scazzi, i momenti di solitudine e angoscia ed esaltazione e speranza che vive il Narratore lungo i viali di Milano, tra le tangenziali e i capannoni, i chiostri dell’Università, le tavolate dei circoli Arci e le volte imponenti della Centrale (l’ho già detto quanto è bravo Rossari a raccontare Milano? Mi sa di sì…) sono quelli della nostra giovinezza e maturità, sono i nostri momenti.

È vero che Il fantasma dell’elettricità è un “saggio passionale”. Ma la passione che lo domina e lo innerva è la tenerezza. Proprio questo sentimento dà a Rossari un coraggio e uno slancio nuovo. Il risultato è un libro meno controllato e più intenso rispetto alle ultime prove narrative; la scrittura di Rossari aggiunge all’intelligenza, all’arguzia e alla cultura che ha sempre dimostrato, una forza che arriva dal cuore e porta con sé una sincerità impossibile da ignorare. È da lì che arriva l’euforia incosciente e luminosa che sorregge le pagine più felici, torrenziali e coinvolgenti del Fantasma dell’elettricità. Pagine dove Rossari, proprio come Dylan, cammina su un filo sottile ma non cade perché di cadere non ha più paura.

Il libro sul sito di Marco Rossari

I fan secondo lo scrittore