Sull’appartarsi

 di Giorgio Fontana (via il Tascabile)

Hai firmato l’appello? Hai condiviso la petizione? Hai letto il tal libro e l’hai commentato? Perché non fai parte di quel gruppo? Perché non sei venuto a questa presentazione? Hai saputo di questo e quello? Credi forse di essere migliore di noi? Pensi ti faccia bene? Non sai che si cresce solo con il reciproco confronto?” Tutto questo genere di domande — a volte peregrine, a volte in buona fede — tradisce un equivoco che credo sia bene dissipare; non fosse che ne sono stato protagonista più di una volta. È l’equivoco seguente: lo scrittore deve, forzatamente, far parte di una comunità qualsiasi; e soprattutto deve intervenire, essere presente, dar battaglia quotidiana. Esserci, su carta e sul web. Altrimenti è sospetto, o tacciabile di snobismo e menefreghismo. Ho qualche obiezione da muovere — con la premessa che in nessun caso vorrei passare per menefreghista, o peggio ancora elitario.

Io la penso così. Lo scrittore non deve coltivare solo un orrore assoluto per il potere, ma anche un minimo distacco nei confronti delle formazioni fraterne. Deve militare di sghembo, per non farsi irretire nell’impulso maggioritario che anima anche la migliore minoranza. Deve costringersi a una certa solitudine, sempre e comunque, al fine di evitare qualunque ricatto esteriore o interiore, qualsiasi cedimento di coscienza di fronte a rapporti che inevitabilmente si sedimentano: stima, rispetto e amicizia che possono essere dovute anche a chi discorda con noi.

Ora tutto questo viene scambiato, in genere, come un rifiuto dell’impegno. L’antico elogio della turris eburnea è un esempio perfetto dell’individualismo che i padri ci rimproverano. Ecco, io invece rivendico il diritto dell’artista, del filosofo, del poeta, del pensatore, dell’intellettuale, a tacere se crede e a salvaguardare il proprio isolamento. Non per disimpegno, semmai l’opposto: per pensare in modo isolato e offrire ai compagni di percorso delle riflessioni esterne, che possano aiutare a capire meglio come e dove muoversi, o dove fermarsi. Pensare in modo incondizionato, più integro, meno affetto dalla continua verifica — che poi è solo desiderio di continua conferma — offerta dal mondo in cui viviamo: un altro pollice alzato, un’altra stellina sulla mia frase icastica.

Intendiamoci: non voglio proporre alcun vangelo disconnessionista, né sollecitare a uscire in massa dai social network. È un’idiozia. Ciò che importa invece è ricordare un’etica di base del lavoro individuale — perché questo è scrivere: imparare a stare da soli in una stanza vuota — e insieme difendersi da tutte le sirene, anche e soprattutto quelle che non promettono soldi o potere, bensì la più diffusa merce della soddisfazione dell’ego: un coro di amici sempre pronti a dare ragione, una comunità d’intenti, persino un contropotere (che pur potere rimane).

Certo è faticoso riconoscere questo genere di impunità, quando si presenta, e stanarla. Se scrivo questo pezzo è proprio perché, come tutti, indulgo in errori e mancanze. Inoltre anche lo scrittore più indipendente, autonomo e disinteressato fa comunque parte di un gruppo sociale, di una classe, di un cerchio di affetti comuni. Sarebbe disumano il contrario: il solitario a oltranza è tendenzialmente un individuo che pensa di avere sempre ragione e rifiuta il dialogo così come qualsiasi mediazione o compromesso. Al riguardo ebbe parole definitive Camus, nell’Uomo in rivolta:

Platone ha ragione contro Mosè e Nietzsche. Il dialogo ad altezza d’uomo costa meno caro del vangelo delle religioni totalitarie, monologato e dettato dall’alto di una montagna solitaria. Sulla scena come nella realtà, il monologo precede la morte.

Sì, il monologo precede la morte: ma non è affatto una figura del genere che ho in mente. Niente santoni, niente profeti — soltanto il riconoscimento di un limite esplicito, per quanto rinegoziabile: arriva un punto in cui occorre disertare e tornare allo spazio solitario della scrivania. Rifiutare gli incarichi, rifiutarsi di rappresentare altri, rifiutarsi di giocare il gioco che porta l’intellettuale a diventare il capo o l’interprete di qualcun altro (soprattutto se questo “qualcun altro” sembra desiderarlo).

Conviene forse rileggere quanto scrisse Erwin Panofksy nella sua Difesa della torre d’avorio (ripubblicata da il Mulino nel dicembre 2016). Il grande storico dell’arte osserva che il termine “combina in sé il marchio dell’isolamento egocentrico (a causa della torre) con quelli dello snobismo (a causa dell’avorio) e di una trasognata inefficienza (a causa di entrambe)”. Ma aggiunge che “la torre dell’isolamento, la torre della ‘beatitudine egoistica’, la torre della meditazione — questa torre è anche una torre di guardia. Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo per la vita o la libertà, ha l’opportunità, o anche il dovere, non solo di segnalare ‘lungo la linea da cima a cima’, ma anche di gridare, nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra”. Dove la parola chiave, naturalmente, è dovere: un dovere facile da disattendere, e che può essere ancor più facilmente preso in giro e scambiato per inutile retorica. Ma proprio per questo tanto attuale.

Di nuovo, ciò non significa sdegnare la realtà; né pensare che la ricerca del vero e del giusto passi soltanto per una via eremitica. Significa anzi gettarsi nella realtà con coraggio e abnegazione, ma il più possibile seguendo un principio di autonomia. Appartarsi, appunto: stare da parte, mettersi di lato, anche e soprattutto quando si è scelto un gruppo di appartenenza; per consentire di vederne e denunciarne, nel caso, gli abusi e le disparità. L’intellettuale perfettamente integrato rischia invece di peccare di presbiopia, quasi per contratto: che sia integrato in un partito (ormai non ce n’è più), o in un movimento, o in questo o quel contesto. E non importa che certi contesti siano mille volte preferibili di altri: anche in essi, anche quando si è in due, bisogna stare attenti a non cedere alle lusinghe del “gruppo”. Attenti a non sentirsi impuniti, difesi in automatico, ben recensiti ogni volta, costretti a ben recensire chiunque faccia parte del gruppo. Per non dire peggio.

Lo stesso vale per il silenzio. Seguendo un equivoco comune a quello dell’isolamento, anche il silenzio passa come volontà di disimpegno: “Non dico nulla perché potrebbe compromettermi”. Chi tace è considerato l’alleato più subdolo dello status quo — o alla meglio, un rinunciatario e un pavido.

Ma è davvero così? È sempre così, mi chiedo? A me appare invece il contrario. Se io non intervengo nell’ultima polemica letteraria o editoriale o sociale o civile che sia, è sempre perché ho paura a esprimere la mia opinione, o perché ritengo di non averne una sensata, che contribuisca davvero al discorso? O perché non penso di aver studiato a sufficienza la questione? O anche, e legittimamente, perché di quella tal cosa non me ne importa nulla? Non è un tic che rischia di farci smarrire la meraviglia della specificità e la passione del ragionamento? E di converso: perché nelle polemiche dove costa pochissimo dire la propria ognuno si affanna a dirla, e quando si tratta di difendere un collega — o chiunque altro — da un attacco che potrebbe metterlo in reale difficoltà, si tace? Se è questo “l’impegno” che l’interventismo a tutti i costi suppone, è davvero ben poca cosa.

Se la capacità di costruire qualcosa insieme — una comunità orizzontale di beni e valori, senza capi né profeti — è la maggiore realizzazione umana, mi sento a maggior ragione di consigliare una misura di isolamento. Come cura, come medicina sociale. C’è bisogno di qualcuno che ogni tanto — a turno, direi — si metta ai margini, osservi in modo il più indipendente possibile la situazione, e provi a esporla con razionalità. Non fosse altro che per offrire un punto meno conforme all’ambito cui è di solito destinato: questo o quel gruppo, questi o quei lettori, questo o quel giornale. In un brano del suo intervento Lo scrittore e la coscienza (pubblicato da Iperborea ne La politica dell’impossibile), il mio amatissimo Stig Dagerman mette la questione nei termini più chiari e coraggiosi:

È trascorso infatti tanto di quel tempo che si è dimenticato che la letteratura va difesa giorno per giorno, momento per momento. Non c’è una difesa definitiva, così come gli attaccanti, i sostenitori dell’ordine più o meno stabilito, non ritengono mai che il loro attacco sia l’ultimo. Se lo scrittore se ne dimentica e si accontenta di scrivere una volta all’anno sugli almanacchi letterari fiacchi resoconti delle più recenti polemiche, si è mandato in pensione da solo. Se va avanti a lavorare come se niente fosse, come se non ci fosse alcuna frizione tra la poesia e la realtà, è perduto anche a una vita da pensionato. Lo scrittore deve sempre partire dal presupposto che la sua è una posizione incerta, che l’esistenza della letteratura è minacciata. Per questo è costretto ad andare sempre in cerca dei punti deboli della sua difesa e, con assoluta spietatezza, dare la caccia alle quinte colonne che si nascondono dentro di lui e fucilarle senza alcuna pietà, anche se sa che gli sarà difficile vivere senza di loro.

Suonerà enfatico, ma la penso esattamente come lui. E ho come l’impressione che pensieri di questo tipo siano moneta fuori corso, anche perché propongono una linea di attività diversa dal megafono auto-assolutorio, dalle parole battute e ribattute minuto dopo minuto, dall’interventismo spicciolo. Una linea appartata ma niente affatto rinunciataria, che intervenga poco e bene, con coraggio e cura, e non alimenti quel torrente senza fine di chiacchiere dentro cui distinguere la ragione o il torto, le sfumature e le distinzioni, e persino i fatti — i fatti, che dell’opinione dovrebbero essere il fondamento — diventa sempre più difficile e oneroso.

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Il nostro bisogno di utopia

Preoccuparsi dell’oggi, al limite del domani: mai del dopodomani. Questo è il nuovo canone della vita ai tempi della crisi: sobrietà uguale realismo uguale incapacità di sognare un futuro più in là di quello prossimo — tanto da appiattirsi sul mero presente. Stiamo già male noi, come potremmo sognare qualcosa di più, o regalare un ideale ai nostri figli? La desertificazione dell’immaginario porta anche a questo: una sorta di fastidio per il concetto stesso di utopia. Siate realisti, non chiedete nient’altro. C’è da riflettere su tutto questo cinismo. E insieme, sulla nostra incapacità di di ridare spazio a forme di immaginazione più ampie, persino più ardite. Utopiche, appunto.

Ma come disegnare un’utopia politica oggi, senza passatismi e senza sclerotizzarla in un rimedio peggiore del male? Basta qualche pagina del Legno storto dell’umanità di Isaiah Berlin per cautelarsi di fronte alla ricerca di un ideale che costringa gli uomini “a indossare le belle uniformi imposte da ideologie accettate dogmaticamente”, la cui conseguenza è quasi sempre l’orrore. Berlin ci mette in guardia contro la staticità delle utopie: una perfezione decisa a priori e verso cui tendere senza esitazioni, con ogni mezzo. Questo genere di utopismo oggi appare abbastanza folle — quantomeno in Occidente.

Un’alternativa possibile, e la stiamo osservando da tempo, è quella di abbandonare del tutto il pensiero utopico. Un grigio realismo, come dicevamo: forse non saremo animati da spiriti grandiosi, ma quantomeno non produrremo più Stalin e lotta armata. (Nella Società aperta e i suoi nemici Karl Popper argomentava più o meno in questo modo: sostenendo che la sola forma di progresso stia in un riformismo “a spizzico”).

Ma c’è una terza via. Una sorta di utopismo debole, emerso dal bagno purificatore del pensiero critico: un utopismo disposto al dialogo e alla revisione, il cui ideale è modificabile strada facendo. Non “una sfera celestiale, cristallina”, come dice Berlin, in cui sono contenute delle verità immutabili, bensì un progetto che enta di concretizzare, passo dopo passo e in chiave fallibilista, un disegno più ampio — un disegno ambizioso, che non si limiti a risolvere il qui e ora ma consegni al mondo autentica speranza.

Insomma: il progressismo non dovrebbe renderci ciechi, e la luce sinistra di certe utopie è un’eredità solida del Novecento. Ma è anche vero il contrario: qualunque discorso autenticamente di sinistra — quanto ci manca, quanto ci manca! — dovrebbe possedere una virtù che impedsica di rassegnarsi alla schiavitù del reale. Per creare un orizzonte con un contenuto: niente formule vuote o punti di vaghi manifesti, bensì esempi concreti, descrittivi. La forza di un modello, come le isole felici del Rinascimento, resta ancora immutato.

L’obiezione, arrivati a questo punto, è semplice: belle parole, ma ora siamo davvero schiavi dei bisogni più immediati, siamo davvero stretti nelle maglie della crisi, e non possiamo perdere tempo. L’utopista sogna ad occhi aperti e non considera le enormi difficoltà del momento, o le brutali limitazioni dei fatti: è un illuso.

Ma è un’obiezione fallace. L’utopista consapevole non sottovaluta gli ostacoli né dorme in attesa che qualcuno gli regali lo stato perfetto: semplicemente, possiede un ideale che lo preserva dall’astuzia, dal machiavellismo, dalle forme di opportunismo che la nostra storia conosce così bene. Per tutto questo c’è sempre qualche “fatto” pronto a giustificare ogni azione: c’è sempre un potere più alto davanti cui lavarsi le mani, sia esso l’Europa o la crisi dei mercati: sempre un altare dove sacrificare i più deboli.

Di fronte tale tendenza, un dissidente come Nicola Chiaromonte — pensatore quanto mai necessario, al giorno d’oggi — reagì rivendicando l’importanza del possibile. Di ciò che immaginiamo senza perderci in chimere: “Il “possibile” fa parte del reale”, scrive in un saggio raccolto nel volume Le verità inutili. “Si può sempre opporre il “possibile” a ciò che l’uomo politico ha, per via d’astuzia e di violenza, compiuto. Né il Terrore né il colpo di stato bolscevico erano inevitabili. Sono accaduti.”

Allargare il campo di ciò che possiamo fare — dei nostri modi di interpretare, comprendere e immaginare concretamente il bene comune, la repubblica dove vorremmo vivere — è un compito fondamentale. Siate utopisti, chiedete il possibile.

Giorgio Fontana

Classiche stroncature

di Matteo Marchesini (originale qui)

Sfatare luoghi comuni, classici alla mano: Savinio per rottamare la passione per Celati, Orwell per i putiniani de noantri, Arendt per i nostalgici del partito-ideologico

[…]


PUTIN

In questi anni di crisi e di precarietà, torna a diventare sempre più visibile un tipo umano che ricorda molto da vicino la piccola borghesia declassata dalla quale, come insegnano gli storici, attinsero quadri e masse di manovra i movimenti totalitari del Novecento. Spesso questo tipo ha alle spalle ambizioni culturali insoddisfatte, presunte vocazioni che non ha potuto trasformare in mestiere, e coltiva il senso di superiorità – rovescio ovvio del senso d’impotenza – di chi si sente ingiustamente escluso. Al tempo dei primi capelli grigi o delle prime stempiature, ecco allora che il suo antagonismo giovanile sfocia nel complottismo: vede ovunque ingegnosi intrighi di quell’entità che chiama “Occidente”, e a cui assegna tutti gli attributi della più diabolica onnipotenza. Appena incontra un interlocutore dubbioso, lo classifica subito come un cieco servo delle nostre finte democrazie. Il suo animo in fondo in fondo è gentile, ma la frustrazione che gli cresce dentro ne deforma la voce, i gesti, l’espressione. Contro il suo immaginario Moloch, gli serve una bandiera da sventolare senza se e senza ma: un nome e un simbolo davanti a cui la verve polemica al limite della fantascienza, che sputa fuori quando parla di Italia, di Europa o di Stati Uniti, possa finalmente placarsi, e il senso critico riaddormentarsi nel calore dell’entusiasmo.

Adesso che Cuba e palestinesi sono in ribasso mediatico, capita spesso che il suo fangoso stagno di rancori, che i suoi sogni di rivincita e potenza si concentrino intorno alla Russia di Vladimir Putin, come poche stagioni fa intorno a Hugo Chávez. Infatti nel nostro tipo, che oggi partecipa euforico alle presentazioni di “Putinfobia” e condivide i post di Giulietto Chiesa, lo scollamento tra vita vissuta e cultura scolastica tende fatalmente a cancellare la capacità di immedesimazione: se sul lavoro gli toccano un punteggio in graduatoria o lo spostano di sede è pronto a evocare le deportazioni naziste, ma nei paesi lontani che ha scelto come provvisoria patria, approva senza battere ciglio le più brutali violazioni dei diritti civili. Il ritratto più preciso di questa deriva di una parte del ceto intellettuale si trova in un saggio di George Orwell intitolato “Appunti sul nazionalismo” e scritto nel 1945. Nelle sue pagine, che ora si trovano raccolte in “Nel ventre della balena”, Orwell parla di “nazionalismo trasposto”, e osserva che questa “trasposizione” mette un intellettuale “in condizione di essere molto più nazionalistico, volgare, sciocco, pernicioso, disonesto di quanto mai potrebbe essere nei confronti del suo paese natale o unità della quale abbia un’autentica conoscenza”. E così continua: “Quando si leggono le corbellerie presuntuose e servili che si scrivono su Stalin, l’Armata Rossa ecc. da parte di persone sensibili e intelligenti, si comprende che ciò è possibile solo perché è in atto un processo di trasposizione.

Nelle società come la nostra è inconsueto per chiunque sia un intellettuale provare un attaccamento profondo per il proprio paese. L’opinione pubblica – almeno quella parte che lo riconosce tale – non glielo permetterebbe. Poiché la maggior parte delle persone che lo attorniano sono scettiche e apatiche, egli adotta un atteggiamento camaleontico o vile: rinunzierà in quel caso alla forma di nazionalismo più diretta senza peraltro accostarsi a nessuna visione autenticamente internazionalista. Sente ancora il bisogno di una patria ed è naturale cercarne una all’estero. Avendola trovata, sguazzerà senza ritegno in quelle stesse emozioni dalle quali credeva di essersi emancipato. Dio, il re, l’impero, l’Union Jack – gli idoli rimossi riappaiono sotto mutate spoglie e poiché non è semplice riconoscerli possono essere incensati con la coscienza a posto. Il nazionalismo trasposto, come la pratica del capro espiatorio, è un modo di raggiungere la salvezza senza modificare la propria condotta”.


I PARTITI IDEALI

Uno spettro si aggira per l’Europa: quello dei partiti che furono, o meglio di ciò che quei partiti dicevano di essere. Li rimpiangono quasi tutti: sia i retori della destra più inquietante, sia i virtuisti di una sinistra che pretende di avere insieme i privilegi della nobiltà culturale e quelli della ragione politica, finendo per provocare insieme il tradimento dei chierici e l’inefficacia dei governanti. Da una parte come dall’altra, si chiede che i partiti tornino a radicarsi nei vasti progetti ideali, in una articolata visione del mondo che contempli e abbracci ogni ambito della vita. Contro la repubblica liquida di oggi s’invocano insomma le vecchie forze novecentesche e proporzionali, il loro quadro identitario e pluralistico. Eppure, come ricordava spesso Marco Pannella, sono proprio quelle forze e quel quadro politico ad avere prodotto i fascismi e la stagnazione corruttrice che la pragmatica politica anglosassone non ha conosciuto. Simone Weil, che portava le idee alle loro conseguenze estreme, credeva che tutti i partiti fossero da abolire; ma perfino lei riconosceva che i più pericolosi erano quelli nati sul continente dalla dialettica involutiva della rivoluzione francese.

Sul tema, le parole più analitiche e penetranti restano però quelle scritte dopo la catastrofe degli anni Quaranta da Hannah Arendt. Nelle “Origini del totalitarismo” (1951), la Arendt riflette sulla maggiore tenuta della Gran Bretagna bipartitica, in cui governo e opposizione sono una cosa sola con lo stato, rispetto alle nazioni continentali, in cui un multipartitismo spartitorio e irresponsabile gioca con l’idea di uno stato astratto e metafisico, posto al di là delle forze in campo. La maschera ideale dei partiti continentali, osserva nella parte centrale del suo saggio, alza oltre la soglia di guardia il livello di fanatismo e di falsa coscienza: da un lato favorisce i furori ideologici, dall’altro la corruzione e l’immobilismo, o magari la suggestione del colpo di mano. Viceversa, là dove i partiti accettano di presentarsi apertamente come aggregati di interessi, e si devono dimostrare sempre pronti a ad assumersi responsabilità di governo, questa schizofrenia è molto minore.

Ma ascoltiamo le parole della Arendt, da ripetere ancora nel 2016 a tutti coloro che ripropongono la retorica novecentesca dei partiti-Weltanschauung: “Poiché nel bipartitismo un partito non può esistere alla lunga se non ottiene prima o poi abbastanza seguito per assumere le redini del potere, non occorre una giustificazione teorica dell’interesse e non si sviluppano ideologie, col risultato che è completamente assente il peculiare fanatismo della lotta politica continentale, che deriva dal contrasto delle ideologie più che da quello degli interessi”. Il guaio dei partiti continentali, separati per principio dallo stato e dal potere, non consisteva tanto nell’essere attaccati ad angusti interessi particolari, quanto nel vergognarsene escogitando giustificazioni ideologiche che facevano coincidere tali interessi con quelli generali della nazione o dell’umanità”.

In questi tre esempi, il lettore se ne sarà accorto, torna ad affiorare un tratto comune: la falsa coscienza, ossia la sproporzione tra gergo e realtà, tra pretese ideologiche e verità stilistica, morale, materiale. Si pretende di essere clown, e si è invece accademici fino al midollo; ci si fantastica sulle barricate, e si vive come i burocrati “luigini” immortalati da Carlo Levi nel “Cristo si è fermato a Eboli” e nell’“Orologio”; si brandisce la retorica degli ideali, della rappresentanza capillare o delle minoranze, e si fomentano i corporativismi, la fazioni sterili e non inclusive, gli estremismi astratti quanto pretestuosi, insomma la balcanizzazione della vita pubblica. La storia non è maestra, ma sa essere una buona critica militante. Nulla di nuovo sotto il sole.