Le élite, il bar dello sport e Biscardi alla Casa Bianca

di Christian Rocca (qui l’originale)
Un tempo c’era Biscardi. Il bar dello sport televisivo era un ritrovo sublime e necessario, dove era consentito urlare liberamente contro l’arbitro cornuto. Poi, una volta usciti dal bar, più o meno si tornava alla vita normale. Quel confine è saltato negli anni della cosiddetta Calciopoli, la Rivoluzione francese del grillismo, ed è stato sostituito da una Schengen del rutto libero che ha permesso alle polemiche sul calcio di rigore di entrare nei telegiornali di prima serata e al raffinato pensiero del piove-governo-ladro di prendere il posto delle grandi ideologie del Novecento.

I talk-show, ha notato sul Foglio il nostro contributor Andrea Minuz, si chiamano Piazza Pulita, La gabbia, L’aria che tira, Annozero, Bersaglio mobile, Virus, Ballarò, L’Arena, Agorà. Basta metterli in fila e non serve nemmeno sintonizzarsi per individuare le origini del populismo giustizialista e della gigantesca truffa della democrazia diretta e anche di quella eterodiretta dall’algoritmo della Casaleggio srl. È la gogna dopo il processo del lunedì, il dibattito con proteste da cartellino rosso, la tabula rasa dopo l’invasione di campo.

Sarebbe un modello da esportare come eccellenza grottesca del Made in Italy, se non fosse che in America poi eleggono Donald Trump il tremendous, e anche nel resto del mondo occidentale non si fanno mancare nulla. Siamo a Biscardi alla Casa Bianca, insomma.

I giornali, poi, interpretano lo spirito del tempo abdicando al ruolo di ingrediente necessario per la formazione di un’opinione pubblica adulta e costruiscono campagne contro la Casta (copyright Corriere della Sera, poche settimane prima del primo “vaffa day” di Beppe Grillo) fino a delocalizzare la confezione del prodotto editoriale nelle stanze delle procure della Repubblica. I politici non sono esenti da colpe, ovviamente. Innanzitutto quelli corrotti, ma la pochezza intellettuale della compagnia di stanza nei talk-show va ben oltre la responsabilità penale dei ladri di polli, naturalmente eletti dal popolo, e rivaluta i professionisti biscardiani.

La rivolta populista contro le élite, la chiamano. Ma il problema è che manca una controrivolta delle élite contro i populisti. Assistiamo invece alla resa di una classe dirigente cialtrona impegnata a prolungare l’agonia accarezzando i demagoghi nel verso del pelo.

Élite è diventato un insulto, ma è un concetto introdotto in politica dal sociologo Vilfredo Pareto nei primissimi anni del Novecento. Pareto usò la parola francese anche nei suoi testi in italiano, abbandonando «aristocrazia» e in contrapposizione alla «classe dirigente» del suo competitor Gaetano Mosca. La tesi di Pareto era quella della «circolazione delle élite»: le élite comandano sempre, la storia è un’alternanza di élite al potere, c’è sempre una minoranza che domina su una maggioranza, ma quando una comincia a perdere smalto e mostra i segni del declino viene subito sfidata fino a cedere il posto a un’altra minoranza, a volte per assimilazione, a volte in modo più violento. Secondo la Treccani, «l’élite è l’insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio»; secondo Pareto è il gruppo di «individui più capaci in ogni ramo dell’attività umana che, in una determinata società, lotta contro la massa dei meno capaci ed è preparata per conquistare una posizione direttiva». Bene, ora pensate a Alessandro Di Battista, Matteo Salvini e Luigi De Magistris.

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Senso di abbandono permanente

The NotwistSolitaire

Parte della nostra fascinazione per gli anni Ottanta viene, ovviamente, dall’ambivalenza della loro frenesia pop. Quegli anni così spensierati, fosforescenti e sinistri. Videomusic e neoliberismo; capelli cotonati ed epidemia di Hiv. Non è un caso che un tema ricorrente nella letteratura degli anni Ottanta fosse quello delle tappe del mondo edonistico (le feste, i club, i flirt, il sesso, le droghe) trasformate in una via crucis. L’edonismo che scolora in disperazione, in dipendenza o in crollo esistenziale. Una ricerca infernale di salvezza e di un luogo in cui sentirsi reali. Era un tema centrale nella letteratura americana dei postminimalisti; fu anche un punto di partenza, mescolato all’inquietudine movimentista del post-77 italiano, per gli Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

Alcuni anni dopo, 1989, nell’ultimo romanzo che Tondelli ebbe il tempo di scrivere si intravede la parabola del decennio trascorso. In Camere separate c’è ancora una sorta di via crucis. Le stazioni di un vagare dolente. È il vagare di un protagonista che si trascina in una serie di metropoli occidentali, Milano, Londra, Washington, New York; si mescola ancora alla gente nei locali notturni, si guarda intorno stupefatto dalle sensazioni del mondo. Ma non c’è più inferno né salvezza; c’è solo la condanna a un vagare eterno per ritrovare, ovunque, gli echi di uno stesso irrimediabile addio. Il protagonista è vedovo. Ha perso il suo compagno. E in quella perdita privata riecheggia una perdita più vasta, perché il mondo è cambiato fatalmente e ovunque, nelle metropoli ormai globalizzate come nella cittadina di provincia in cui il protagonista è nato, si ritrova la traccia di una stessa onnipresente malinconia. Un senso di abbandono come stato permanente. Si vorrebbe tornare a casa ma non c’è più casa.

Basterebbero certe pagine di Camere separate – quella, ad esempio, ancora molto attuale sullo squallore della ricerca di una casa a Londra; o quella profetica sugli immigrati poveri che sommergeranno l’Europa; o le pagine in cui si accenna a una radicale volontà di svanire, un desiderio di non-esserci e di sottrarsi al palcoscenico del mondo – per capire che Tondelli arrivò a essere un autore molto più maturo e stratificato che un esponente di una corrente di “scrittura giovanile” o un puro osservatore della società postmoderna, come vorrebbero invece alcuni suoi detrattori.

Tondelli è uno di quegli autori al crocevia fra scritture che lasciano sempre qualche scettico fra i forzati dell’intellettualismo: autore facile oppure colto? Sentimentale o compiutamente letterario? Di sicuro, Camere separate non è un romanzo per tutti. Bisogna saper sentire per comprenderlo davvero; sposare il suo sguardo impressionistico e insieme antico, le sue sequenze di sensazioni, la commossa corporeità. La categoria di “corpo” non ha mai avuto molto rilievo nella letteratura italiana: una letteratura che sembra tutta testa, oppure superficie-pelle. Tondelli è un raro caso di autore italiano corporeo, e di autore che non ha avuto paura di mettere in pratica, nella sua voce narrativa, le intuizioni femministe sull’identità fra affettivo e politico. Non si tratta solo di trame narrative. In Tondelli, quell’identità vive nella costruzione di ogni pagina, nella fisicità della sua prosa.

È questa corporeità, insieme all’inquietudine nomade dei suoi personaggi, che parla ancora al lettore di oggi.

Certo, fu soprattutto l’osservazione del postmoderno a dare a Tondelli l’aura di autore al passo con i tempi; la sua opera saggistica, la sua ricognizione dei fenomeni culturali intorno a lui, delle scritture e musiche e arti visive dei suoi anni, riusciva a tracciare mappe, percorsi, costellazioni coerenti in una produzione culturale già immensamente schizofrenica. Oggi, pochi prodotti culturali ci arrivano grazie a un legame coerente di gusto e di percorso. Nel nostro universo di folgorazioni frammentarie, tempeste sui social media, “trending topic”, algoritmi e cortocircuiti sparsi, rimpiangiamo la figura di qualcuno in grado di indicarci una rotta significativa.

Ma è nella sua produzione narrativa, che di postmoderno tutto sommato ha ben poco, che Tondelli raccoglie le intuizioni del suo tempo e le trascende. Camere separate parla alla coscienza contemporanea grazie alla sua idea di un abbandono continuo, sconfinato, impossibile. È un senso di abbandono fuori dal tempo, ma che riecheggia in modo distinto oggi. Non c’è più alcuna fuga, non c’è alcun rifugio nel mondo connesso e globale in cui sia possibile staccarsi dal dolore, dal sé, dai fallimenti e dalle insufficienze della propria soggettività. Si può espatriare, cambiare lavoro, salire e scendere dagli aerei low cost. Si può saltare da un profilo online all’altro. Si possono inventare intere nuove identità nello spazio di un’ora; cercare abbracci, lasciare amanti, reclutarne altri; lavori freelance e relazioni altrettanti freelance; consumare esperienze e ordinarne altre. Il vagare insoddisfatto, la tensione eterna ad andarsene, non fanno che produrre sfumature sempre nuove di solitudine.

Questa consapevolezza così perfettamente appartenente al XXI secolo sembrava già, in controluce, contenuta in Camere separate. E per alcuni, incluso chi scrive, quel romanzo è tuttora una lettura a cui tornare a intervalli periodici, per cercare di vedere, altrettanto in controluce, se l’umanità che trasuda dalle sue pagine possa venire in aiuto a fare i conti con il tempo attuale, con ciò che resta del famigerato postmoderno – oggi che la comunicazione, le trappole dei social media e l’isolamento che producono, sono la vera via crucis del soggetto contemporaneo; che a essere libertina è soprattutto la mente, sempre più distratta da un flusso di stimoli ridicoli e sconcertanti; che l’Hiv è diventato metafora di uno stato di infiammazione cronica, latente; e le camere separate si sono fatte soprattutto interiori, nella conformazione indecisa, ambivalente, spesso quasi psicotica, dei desideri occidentali.

Marco Mancassola (site)