Sono destinato a evaporare

di Dario Brunori (Via IL Magazine)

«Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due»

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Quando nasci e cresci in un paesino calabro di quattrocento anime, ti fa strano stare seduto in un sushi brasiliano nel pieno centro di Milano. A un primo sguardo sembra l’ennesima trovata di cucina fusion, ma pare abbia davvero a che fare con le migrazioni di milioni di nipponici nella terra di Pelé. Ma che ci sono andati a fare i giapponesi in Brasile? E, soprattutto, che ci faccio io seduto sui Navigli a sorseggiare caipirinha con un uramaki in mano?

Se sono sempre così diffidente nei confronti del mondo contemporaneo è perché quel paesino addormentato sul cocuzzolo me lo porto sempre dentro, anche a distanza di trent’anni, anche a distanza di chilometri, anche a costo di cadere nel cliché. D’altro canto non posso negare a me stesso che vi sia un certo piacere nel tenere sempre un piedino nella provincia familiare ferma agli anni Ottanta e l’altro nella metropoli che non ti degna di uno sguardo.

Mentre esploro il mio Salmão Spicy ripenso al sociologo George Simmel, che aveva una teoria interessante a proposito di questa condizione: mentre in paese si è singolari per diritto di nascita, in città la peculiarità di ognuno deve dar prova di una particolarità estrema: si deve esagerare, insomma, per farsi sentire, forse anche da se stessi. Questo è ciò che mi piace della città, ma anche ciò che mi spaventa.

Sono cresciuto in un mondo rigido, io, immutabile; qui invece tutto sembra mutare di continuo in relazione al contesto, al contenitore, come il vino che prende la forma del calice, come l’acqua che è prima bottiglia e un attimo dopo bicchiere.

Taglio. A Lamezia, quando l’aereo atterra, i passeggeri attendono lo squillo della trombetta e fanno un bell’applauso al pilota. C’è chi sorride (me compreso) del popolo ingenuo, ma alla fine, se ci pensi bene, non si applaude mica il pilota, si applaude la vita.

In due ore di macchina sono già in Aspromonte. Quando ero piccolo, solo a sentirlo nominare mi batteva il cuore, me lo immaginavo esattamente come il castello di Grayskull, con decine di Skeletors rintanati nella roccia. Rapimenti, ’ndranghetisti, prigioni sottoterra, telefonate anonime, riscatti, lupare e catene. Ci ero stato solo una volta da bambino e ci torno ora a distanza di anni, con l’intenzione di dare corpo e sostanza al tema principale del mio nuovo disco: la paura.

Aspro monte, pietra inospitale, terra che continua a evocare mostri e fantasmi, ma che al tempo stesso si rivela luogo unico, di una bellezza selvaggia, fermo a un tempo remoto, immutabile. Se Milano è la società liquida di Zygmunt Bauman, l’Aspromonte è il suo contraltare di pietra.

In mezzo a queste rocce secolari, ai letti secchi delle fiumare, tra le vallate silenziose che odorano di mirto, nepitella e pelo di capra, mi chiedo se non sia proprio questa solidità smarrita nel tempo a rappresentare la radice del mio disagio attuale. L’incertezza di un’epoca in cui tutto ciò che era simbolicamente pietra si è completamente polverizzato lasciando spazio alla precarietà su tutti i fronti, rendendoci apprensivi, ostili e naturalmente refrattari al cambiamento. Proprio come gli abitanti di Roghudi (paese aspromontano evacuato negli anni Settanta a causa di ripetute alluvioni), abbiamo lentamente abbandonato la solidità della montagna e la sua natura ancestrale, spostandoci con acritico entusiasmo verso il mare della civiltà contemporanea. Agili sulla pietra, siamo ora costretti, goffamente, a imparare a nuotare.

A proposito di atipiche migrazioni, proprio in questi luoghi, più di un secolo fa, si aggirava con taccuino e matite un inglese alquanto bizzarro, Edward Lear: illustratore, cronista, e antesignano dell’umorismo nonsense di matrice spiccatamente british. Diario di un viaggio a piedi è il racconto della sua avventura calabra svoltasi nel 1847 e compiuta con un fidato compagno di viaggio, una guida locale e un asino.

Lear parte da Reggio e ritorna a Reggio dopo aver visitato l’entroterra e la costa della provincia. Una Calabria che umanamente forse non esiste più ma che ha preservato buona parte dei paesaggi. La Calabria prima del Risorgimento, prima che diventasse Sud, prima della questione meridionale, prima della cronaca nera. Il mondo prima: selvaggio, immutabile, predestinato. Bellezza e rovina.

Dalla terrazza panoramica di Roghudi osservo l’enorme letto della fiumara Amendolea, un sinuoso serpente bianco che accarezza i piedi della montagna prima di affogare in mare. Mi siedo sui gradini della casa di un pastore che ha vissuto qui da solo fino a un paio di anni fa, l’ultimo abitante di un paese abbandonato.

Prendo il telefono e mi appunto un pensiero: «Di pietra il mondo di mio nonno, di vento quello di mio figlio. E io che galleggio sull’acqua, destinato inesorabilmente a evaporare».

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